lunedì 4 giugno 2018

Una cosa buona in Grace Paley.

Una cosa buona in Grace Paley è una certa pratica di maternità.
Mi chiedo a volte se supereremo mai le mamme pancine, le supermamme sempre attive a felici, le mamme che organizzano i varicella party, gli uomini per cui soltanto le mamme sono donne con la d maiuscola e le altre non servono a niente, le donne per cui si deve partorire con dolore altrimenti siamo cattive o, più recentemente, se sopravviveremo ai politici che ci dicono quali sono famiglie e quali no. La realtà è un vortice di false informazioni, complessi di superiorità, ignoranza, deliri di onnipotenza, maschilismo che si alimenta di sé stesso e continua all'infinito.  
Me lo chiedo e ci penso senza essere madre e senza che abbia programmi a riguardo, perché mi piacerebbe vedere rappresentazioni di modelli femminili che siano positivi, credibili - anche madri quindi, perché no.
Grace Paley è stata una attivista, femminista, scrittrice di saggi e racconti e non ne avevo mai sentito parlare fino a qualche anno fa quando - momento davvero poco epico - ho visto la copertina di un suo libro in una foto su Instagram o Twitter. Il titolo mi piaceva moltissimo - Enormi cambiamenti all'ultimo momento, ho un debole per i titoli - e lo comprai senza farmi troppo domande per poi recuperare con difficoltà il resto (esisteva un volume Einaudi che raccoglieva tutti i racconti ma è purtroppo fuori catalogo).

Grace Paley con un canetto.

Una folla di madri popola i racconti di Grace Paley. Sono spesso al parco e insieme ai bambini formano una tribù: sulle panchine sorvegliano piccoli di ogni età, ogni razza, ogni lingua, non necessariamente i propri figli, non necessariamente i figli delle loro amiche. I bambini sono nella sabbia, sugli scivoli, sugli scalini degli edifici tutt'intorno e non sono oggetto di legami privilegiati o di smanie di possesso: sono i figli di una vicina, della proprietaria del negozio all'angolo, di un'amica che ha l'esaurimento nervoso, in realtà non ha alcuna importanza ai fini della loro educazione. 
Nel racconto Un interesse nella vita la protagonista dice «in questa casa ci saranno almeno 71 bambini, dal rosa pallido al marrone», la madre protagonista del racconto è responsabile di ogni piccoletto che capiti da quelle parti.
Il quartiere è la loro casa, il parco il salotto, tutte sono madri di tutti i figli. L'idea della maternità è piuttosto una pratica: alle santificazioni della donna che genera la vita con la v maiuscola, agli sbrodolamenti sentimentali, teorici, filosofici è lasciato poco spazio.
La maternità ha una valenza sociale, non è soltanto un'esperienza personale: c'è da far crescere questi esseri umani, c'è da insegnar loro qualcuna delle cose che potrebbero servire nella vita, quando saranno degli adulti. Può farlo ognuna di noi, o una di noi se manca l'altra, o tutte insieme, o chi c'è e voglia prendersene carico. 
Prendersi cura di chi è più giovane è un compito che può calzare bene a una madre, ma non è necessariamente così: si tratta di una responsabilità che prescinde dalla riproduzione, dalla parentela, dal sesso. In un saggio sulla guerra del Vietnam e su un caso di bambini (presunti orfani) trasferiti in maniera sospetta negli Stati Uniti, Grace Paley commenta: «Se si perde la madre c'è una zia, se manca il padre c'è uno zio. Il bimbo che ha perso i genitori diventa il figlio di una famiglia allargata, il villaggio, con vecchie zie che possono anche non avere legami di sangue con i piccoli ma che condividono la responsabilità naturale degli adulti nei confronti di tutti coloro che sono più giovani

Ogni aspetto della vita quotidiana ha un valore politico, anche la maternità. Chiunque sia a praticarla.
Mi sembra molto saggio.


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2 commenti: