giovedì 10 maggio 2018

Una cosa buona in «Parlarne tra amici».

Una cosa buona di «Parlarne tra amici» di Sally Rooney è un meccanismo di specchiamento che funziona per sottrazione o sostituzione. Quale specchio sostituisce e toglie? Eh, appunto.

Frances, la protagonista di «Parlarne tra amici» definisce se stessa per sostituzione o sottrazione specchiandosi di continuo in tutti quelli che la circondano. La sua migliore amica Bobbi è il soggetto con cui questo avviene più spesso.

«A volte, quando facevo qualcosa di poco interessante [...] mi piaceva immaginare che assomigliavo a Bobbi. Aveva un portamento che io non avevo, e un viso di una bellezza che non si dimentica. Quella finzione per me era talmente reale che imbattermi nel mio riflesso e vedere i miei tratti mi provocava uno strano shock spersonalizzante.»

«Mi ritrovavo spesso a pensare che se avessi assomigliato a Bobbi non mi sarebbe mai successo niente di male. Non sarebbe stato come svegliarsi con una faccia nuova e strana, ma con una faccia che già conoscevo, la faccia che avevo già immaginato di avere.»

È difficile che Frances si descriva, che definisca tratti della sua personalità o caratteristiche fisiche. Di lei sappiamo sempre come non è rispetto agli altri, come potrebbe essere se fosse più simile a qualcun altro.

«Se sapessi parlare come te parlerei di continuo.»

«In scena Bobbi era sempre precisa, io dovevo solo cercare di sintonizzarmi con il suo ritmo peculiare e se ci riuscivo ero a posto. A volte me la cavavo bene, altre ero semplicemente passabile. Ma Bobbi era esatta.» 

«Devo essere allegra e simpatica, ho pensato. Una persona allegra e simpatica manderebbe una mail di ringraziamento.»

«Spesso mi capitava di spiarla con ansia per ricordare a me stessa cosa fare.» 



In una scena addirittura Bobbi prende una decisione importante riguardo l'aspetto di Frances e si offende quando lei le fa notare che si somiglierebbero troppo.

«I tuoi capelli cominciano a essere parecchio lunghi, ha detto Bobbi.
Credi che dovremmo tagliarli?
Abbiamo deciso di tagliarli
[...]
Potremmo farti una frangia, ha detto Bobbi.
No, la gente già ci confonde abbastanza.
Mi offende che la cosa ti offenda così.»

Come se appunto la cifra peculiare di Frances fosse la mancanza di peculiarità, di forza di volontà, di capacità di decidere cosa fare di sé e della sua vita - in una scena la madre la paragona a una teiera. 
Facce, corpi, capacità intellettive: tutto quello che appartiene agli altri è desiderabile, al contrario della sua faccia, del suo corpo, delle sue capacità intellettive: quello che le appartiene è estraneo, può tradire, sarebbe preferibile scambiarlo. Prende in prestito anche le opinioni e, in generale, tutto quello di cui crede di essere priva.

«In una situazione simile Bobbi avrebbe saputo cosa dire, perché aveva un'opinione assai articolata sulla salute mentale nel discorso pubblico. Ad alta voce ho detto: Bobbi pensa che la depressione sia una risposta umana alle condizioni del tardo capitalismo. L'ha fatto sorridere.»
«Non nutrivo alcun disprezzo verso la tua casa. Avrei voluto fosse mia. Avrei voluto tutta la tua vita [...]  Non stavo cercando di sabotarti la vita, stavo cercando di rubartela.»

La relazione che Frances stabilisce con Nick fa scricchiolare questo meccanismo. Nick inizialmente appare lontano e diverso - più ricco, più grande, sposato - ma presto viene fuori una certa affinità.

«Ero consapevole del fatto che poteva spacciarsi per chi pareva, e mi sono chiesta se anche lui come me fosse privo di personalità.»

Effettivamente Nick è un passivo, specie con le donne - Frances gli dice «Ti piacciono le donne capaci di stracciarti intellettualmente». Allora le modalità con cui Frances si rapporta agli altri si rivelano frutto di nient'altro che squilibri di potere: il potere che Frances non ha su alcune persone - e rispetto alle quali si annulla, si scambia, ruba; il potere che Frances ha nei confronti di Nick - rispetto a cui è padrona delle sue opinioni e del suo corpo - pur nell'estasi del sesso. Quando lui le sorride

«Mi ha guardata per un attimo poi ha sorriso, un sorriso titubante, che mi è piaciuto al punto da procurarmi una precisa coscienza della mia stessa bocca. Era leggermente aperta.»

lei non sente il bisogno di smontarsi e rimontarsi a immagine di qualcun altro - qualcuno che sia migliore - per continuare ad agire: le basta la bocca che ha già.

Tuttavia, come la moglie di Nick predice

«Da questa relazione non caverai alcun senso duraturo di autostima»

perché si sa, l'autostima è una carogna e te la devi costruire da te, su quello che hai: quelli che ti stanno attorno non c'entrano niente, anche se sei capace di ferirli, anche se li ferisci.

Ci sono anche cose meno buone. Tipo: è per lo più un romanzo in cui gente acculturata e sagace va a letto con altra gente acculturata e sagace. Però, nonostante la cultura e la sagacia, nessuno dice una parola - sagace, sarcastica, ironica, tagliente - sul fatto che marito e moglie non dormano insieme in uno snodo fondamentale per la trama - no gossip.
Mmmm occhei. Se è credibile per te, Sally, è credibile per noi.
Ma tutta la questione dello specchiarsi negli altri e del sostituirsi a loro mi è parsa l'aspetto più interessante del romanzo.
Da adolescente avevo alcune amiche. Avevo anche un ragazzo stabile e le conseguenti certezze riguardo agli aspetti fondamentali dell'avere quell'età - ero evidentemente carina, ero evidentemente amata, non ripugnante come avevo immaginato fino ad allora: non erano mie congetture, avevo le prove sottoforma del tizio che mi teneva per mano. Loro non avevano un ragazzo stabile e tuttavia mi sembravano comunque delle sedicenni migliori: più sicure, più disinvolte, con una faccia migliore della mia, un colorito più sano, le cosce più sode, gli occhi più grandi, l'umorismo più sottile.
Una di loro mi prestava i vestiti a volte, quando andavamo alle feste, e mi sentivo più bella quando li mettevo, perché erano i suoi vestiti, i vestiti di una persona migliore e per il tempo della festa lo diventavo anch'io. 
Per fortuna presto o tardi, bene o male, l'adolescenza ci lascia liberi.

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giovedì 12 aprile 2018

La Marvel è come la chiesa cattolica.

La Chiesa del Buon Cammino in via Otranto a Napoli era - guidata? diretta? governata? - da padre Antonio. Padre Antonio aveva parecchi tic preteschi. Uno che mi fa ancora molto ridere se ci penso - e capita che ci pensi, incredibile - è che si alzava sulle punte e spingeva la voce verso l'alto ogni volta che pronunciava le parole la vergine Maria. Una specie di nota musicale buttata lì nel mezzo delle altre parole soltanto parlate. Doveva essere particolarmente devoto della Madonna - i preti avranno preferenze di devozione? Santi a cui si sentono più vicini? No fucking idea.
Un altro tic era la storia dei Natalini e Pasqualini. Me lo sono sempre immaginato nella sagrestia, in riunione con i diaconi prima dell'ennesima messa di Natale e di Pasqua, affermare con convinzione che no, non avrebbe tirato ancora  fuori la storia dei Natalini e Pasqualini, e i diaconi lì in circolo ad annuire speranzosi ma non troppo convinti. Infatti poi, una volta sull'altare, davanti a tutte quelle faccione nuove non poteva trattenersi.
I Natalini e i Pasqualini sono gli occasionali dello stadio, ma in chiesa.
Sono quelli che devono canticchiare Nord, sud, ovest, est degli 883 per assicurarsi una buona riuscita del segno della croce, ma si presentano lo stesso tronfi in chiesa a Pasqua e a Natale con il vestito buono. Padre Antonio li (ci) detestava e li (ci) cazziava furiosamente perché, ovviamente, il Signore meritava che gli si dedicassero più di due messe all'anno.

Ci ho pensato e: le produzioni Marvel sono come la chiesa cattolica.



Pretendono la tua completa devozione e un impegno costante, completo, una fede che non ammetta esitazioni. Non puoi dedicare, in un anno, chessò: due mesi a una serie Marvel e due sere al cinema rispettivamente per un Thor e un Avengers a caso. No. Devi dedicare loro

tutta la tua vita. 

E non hai facoltà di scelta: non puoi vedere solo Civil war. GIAMMAI. Devi prendere tutto, il bello e il brutto, altrimenti sei come i Pasqualini che credono di stare al ristorante e scelgono dal menù la messa più figa dell'anno, quella che alla chiesa del Buon Cammino si recitava a più voci, una vera e propria rappresentazione teatrale che pareva di stare a Matera con Mel Gibson. 
Ennò bello mio, nonò: la messa del 17 settembre è forse la figlia della serva? Dov'eri il 17 settembre? Di corsa a sentire la messa del 17 settembre e poi in volata a sorbirsi  v e n t i s e i  episodi di Daredevil per meritare, forse, i pascoli del cielo delle battaglie intergalattiche che contano davvero.
Quindi ho mollato il colpo. Dopo essermi impegnata tanto e per tanti anni - e l'ho fatto, con costanza e dedizione vere, tanto da scriverci un post anni fa e chiamare alle visione il mondo intero - ne sono uscita definitivamente. Ho eliminato tutte le produzioni Marvel dalla lista dei preferiti Netflix. Non ho idea di quali siano le prossime uscite.
Credo di aver saltato l'ultimo Thor, ho lasciato indietro in maniera irrecuperabile gli Agents of SHIELD, non ho idea di chi o cosa sia Iron Fist e so già che mai lo scoprirò. So che Spiderman ha una nuova faccia, più nuova di quella di Garfield, poco più. 
E non ne faccio un punto di orgoglio, non credo che voialtri stiate sprecando il vostro tempo, affatto. Vi dirò: ne soffro persino, perché mi sembra di rivivere una di quelle situazioni da ricreazione alle scuole elementari. 
Il gruppetto più numeroso sta lì. 
Lo vedo. 
Lo sento. 
Si scambiano le figurine. 
Ridono.
Mangiano i Soldini del Mulino bianco.
Guardano i trailer di Infinity war.
Ma per essere ammessa tra loro sono richieste troppe prove, troppa tenacia, un'attitudine al pensiero religioso. Ho scavato per bene nella mia cassa toracica: non esiste ragione al mondo che possa spingermi ad andare alla messa del 17 settembre, o a vedere altri 30 secondi di Matt Murdock sullo schermo.
Mi si chiede troppo e d'altronde sono stata anch'io Natalina e Pasqualina, fino a che non ho smesso del tutto.



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giovedì 27 luglio 2017

Una specie di riconoscimento.

È da poco andato via un collega che ha portato in ufficio la figlia di undici anni, una ragazzina che ho visto per la prima volta un'ora fa. 
Mi era stato detto quanto fosse timida e in effetti è evidentissimo: non si è staccata un attimo dal padre, mi ha saluta educatamene ma senza guardarmi - non mi sono stupita, perché avrebbe dovuto giacché non ci conosciamo? non è un pupazzino a disposizione degli adulti - saluta, dici ciao, hi guys - insomma, è una persona di undici anni. Il punto è che non ha guardato nemmeno il mio capo e sua moglie che invece conosce benissimo perché frequentano casa sua da quando era neonata. 
Dopo i soliti convenevoli di rito, torno veloce alla mia scrivania e prendo una decisione molto importante: non le rivolgerò più la parola finché divideremo l'ufficio. Non un cenno su quanto è carina, su quanto è alta, sulle stronzate che si dicono ai ragazzini. Sono certa di farle un favore, è in evidente disagio. Mi sono bastati sette secondi per capirlo, l'ho riconosciuta.


Pochi minuti dopo però, la moglie del capo l'ha trascinata alla macchinetta del caffè e ha chiamato anche me e allora sono dovuta andare. La ragazzina viene bombardata di domande sull'estate, sulle vacanze, sugli amici che troverà al mare, sugli spostamenti che farà con la famiglia, quanto tempo rimarrete in Puglia, quanto in Calabria, e se foste stati lì con me l'avreste vista letteralmente indietreggiare davanti a questa quarantenne in preda a diarrea verbale. Ha risposto a tutto l'interrogatorio con precisione, a voce sempre più bassa, e la moglie del mio capo le ha addirittura chiesto di alzare la voce e ripetere, e la ragazzina ha addirittura ripetuto perché sta ricevendo un'ottima educazione evidentemente, e per dare il giusto valore a tutti questi sforzi la moglie del capo ha rifatto al padre della ragazzina - in sua presenza - le stesse domande che le aveva già fatto, ottenendo risposte identiche perché mica è una ragazzina scema, è solo una ragazzina estremamente timida.
Ognuno rimane colpito più o meno sempre dalle stesse mazzate perché sono quelle ti hanno già fatto male in passato: funzioniamo così. Adesso ho i crampi allo stomaco perché quella ragazzina ha il diritto di essere timida quanto le pare e decidere, di volta in volta, quanto grande debba essere la porzione di spazio di cui ha bisogno per vivere con serenità ogni momento della sua vita e non essere costretta a indietreggiare. Ma so - perché l'ho riconosciuta - che il pianeta le sembrerà popolato soltanto da persone come la moglie del mio capo, alle quali sono chiarissime tutte le faccende dell'esistenza, tranne quelle che hanno davanti. 
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venerdì 7 luglio 2017

Amici.

Se poteste leggere le conversazioni su Telegram tra me e mia sorella (ci sei? Ciao Vi) notereste che ultimamente sono tutte del tenore Sono arrivata alla coppa Geller! oppure Sono a quella della doppia festa per Rachel o ancora Le aragoste! Le aragoste! e via così con poche modifiche. Se siete sulla trentina avrete capito che stiamo riguardando Friends su Netflix, e la circostanza non smette di affascinarmi.
Non riesco a metterla diversamente: stiamo facendo binge-watching di un prodotto che abbiamo guardato in età preadolescenziale. Ogni cosa - anche Friends - ha le nostre coordinate spazio temporali precisissime, e cioè: la nostra penultima casa, l'ultimo videoregistratore che abbiamo posseduto prima che si passasse ad altro, molte VHS su cui registravamo gli episodi che mandava la Rai. Avrei dato un braccio per poter guardare negli anni '90 Friends come sto facendo adesso.
Non che in questa nostalgia, in questi nodini nello stomaco, ci sia nulla di eccezionale - siamo migliaia là fuori, milioni, e ricordiamo tutti esattamente le stesse cose la tv la musica le feste MTV i vestiti i gelati fuori produzione - però continuo a percepirla come magica, questa seconda possibilità.


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martedì 28 marzo 2017

Un errore nella storia che leggo, un errore nella storia che scrivo.

Lavorare nella redazione di inutile per 3 anni mi ha insegnato un mucchio di cose, e chissà quante altre ancora ne imparerò. Molte di queste hanno a che fare con la narrativa: quello che rende una storia una buona storia, quello che la rende scadente, perché una storia mi piace o non mi piace, se qualcosa che non mi piace possa essere migliorato, riscritto, montato diversamente e se valga la pena farlo. È una delle cose più entusiasmanti del mondo: affinare il proprio gusto, imparare cosa guardare, allenarsi a trovare le motivazioni di quella che all'inizio non è più che una sensazione.
Lo farei tuentiforseven, come direbbero gli ammerigani.



E giacché di tanto in tanto scrivo (scrivevo, scriverò, boh) tutto questo mi interessa sommamente, trovo continui spunti per ragionarci su, imparare, migliorare, correggere, cambiare quello che ho scritto o scriverò, o quanto meno mi permette di pensare di poterlo fare.
Ma d'altronde di che mi stupisco. Sono quella che si allena a capire l'origine di ogni mal di testa (cambio stagione, cambio temperatura, miopia, cervicale, premestruo, postura, colpo di freddo, troppo tempo al pc): devo sapere sempre quello succede, circostanziare, poter spiegare. Funziono così.
Quello su cui rifletto più spesso negli ultimi tempi è la storia. L'intreccio. Cosa succede. La sostanza. La ciccia. Cosa fanno i personaggi e perché. Quella roba lì.
Faccio uno sforzo di memoria: mi vedo a dieci-dodici anni sul letto, a scrivere su un quadernetto. Inventavo tutto, favole, racconti, persino poesie, così a quattordici anni, sedici, venti, fino a oggi più o meno, e alcune cose sono venute fuori meglio di altre. Quello che mancava - solo nelle peggiori, voglio credere, ma sono troppo severa per crederci davvero - era la storia, che succedesse qualcosa. Tutte quelle pagine erano perlopiù un diario leggermente narrativo o, quando andava bene, un inizio di vicenda che si perdeva in lunghe riflessioni autoreferenziali. Ho commesso questo errore centinaia di volte e lo vedo spessissimo intorno a me, anche nei libri pubblicati: mi trovo tra le mani blogpost di trecento pagine pagati 15 euro da Feltrinelli, romanzi che sono piuttosto confessioni a cuore aperto travestite, scritte da autori - anche bravi - ma che sproloquiano tragicamente appesi a sottilissimi fili di trama.
È un errore? Un vizio? Chiamatelo come volete, ma è comunissimo.
Sono diventata ipersensibile: cerco in ogni libro i punti chiave della trama perché, dannazione, siamo bravi tutti a scrivere quello che ci passa nello stomaco - tutto si svolge sempre nell'apparato gastrointestinale, fateci caso - e a fingere che stia accadendo a qualcuno che non siamo noi: ma quanto è interessante leggere del duodeno che si contorce, impensierito dalla nostra - pardon, dei personaggi - inettitudine a vivere? Zero o moltissimo, dipende se stiamo facendo qualcosa durante questi contorcimenti. Se andiamo da qualche parte.
Ormai è una fissazione. Cerco la storia ovunque, nei libri, nei film, nelle serie tv, voglio concentrarmi su quella, lasciare che il fumo degli abbellimenti senza sostanza si disperda.
È pieno ovunque di parole bellissime e di immagini che non raccontano niente, e voglio evitarle o migliorarle, se è possibile.



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