lunedì 3 settembre 2018

Solo col buio capisci che è tridimensionale.

Quando ho preso le ferie era la sera dell'eclissi, ho lavorato fino alle sette passate col collo rigido su photoshop e m'è venuto un gran mal di testa che m'ha preso allo stomaco ma ero felicissima perché prendevo le ferie e c'era l'eclissi, siamo andati a Castel S. Elmo e ci abbiamo trovato tutta Napoli col muso in su, ero felicissima anche se tutti tentavano di fotografare il cielo con il cellulare e addirittura con il flash, ma non puoi stare sempre a prendertela col tuo vicino di posto e con i tempi, no? infatti ho continuato a essere felice mentre la luna scompariva e scoprivo che è possibile vedere Marte a occhio nudo, al massimo mi sono spostata più in là quando la calca era troppa e il caldo attaccaticcio o una fotocamera mi inquadrava, ero proprio felice anche quando più tardi bevevo una birra e il mal di testa era sempre lì e sul marciapiede c'erano le blatte, nemmeno le blatte mi davano fastidio la sera che ho preso le ferie e c'era l'eclissi e la birra mi faceva di una percentuale più allegra.
Ho scaricato sul telefono una mappa del cielo e ho aspettato che ce ne fosse effettivamente uno da osservare con le stelle e tutto, non il solito coperchio nero, e quando finalmente l'ho osservato la frase che ho continuato a ripetere è stata Solo col buio capisci che è tridimensionale, cioè il mio stupore stava nella profondità.
Oggi al lavoro mi sembrava ci fosse ancora qualcosa, un grumo di felicità che non si disfa e se abbasso la luce tutto riacquista proporzione: Vega proprio in cima alla mia testa, Cassiopea la riconosci subito, il punto rosso di Marte come fosse un REC su schermo, la mia scrivania, io, tutto il resto.


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lunedì 4 giugno 2018

Una cosa buona in Grace Paley.

Una cosa buona in Grace Paley è una certa pratica di maternità.
Mi chiedo a volte se supereremo mai le mamme pancine, le supermamme sempre attive a felici, le mamme che organizzano i varicella party, gli uomini per cui soltanto le mamme sono donne con la d maiuscola e le altre non servono a niente, le donne per cui si deve partorire con dolore altrimenti siamo cattive o, più recentemente, se sopravviveremo ai politici che ci dicono quali sono famiglie e quali no. La realtà è un vortice di false informazioni, complessi di superiorità, ignoranza, deliri di onnipotenza, maschilismo che si alimenta di sé stesso e continua all'infinito.  
Me lo chiedo e ci penso senza essere madre e senza che abbia programmi a riguardo, perché mi piacerebbe vedere rappresentazioni di modelli femminili che siano positivi, credibili - anche madri quindi, perché no.
Grace Paley è stata una attivista, femminista, scrittrice di saggi e racconti e non ne avevo mai sentito parlare fino a qualche anno fa quando - momento davvero poco epico - ho visto la copertina di un suo libro in una foto su Instagram o Twitter. Il titolo mi piaceva moltissimo - Enormi cambiamenti all'ultimo momento, ho un debole per i titoli - e lo comprai senza farmi troppo domande per poi recuperare con difficoltà il resto (esisteva un volume Einaudi che raccoglieva tutti i racconti ma è purtroppo fuori catalogo).

Grace Paley con un canetto.

Una folla di madri popola i racconti di Grace Paley. Sono spesso al parco e insieme ai bambini formano una tribù: sulle panchine sorvegliano piccoli di ogni età, ogni razza, ogni lingua, non necessariamente i propri figli, non necessariamente i figli delle loro amiche. I bambini sono nella sabbia, sugli scivoli, sugli scalini degli edifici tutt'intorno e non sono oggetto di legami privilegiati o di smanie di possesso: sono i figli di una vicina, della proprietaria del negozio all'angolo, di un'amica che ha l'esaurimento nervoso, in realtà non ha alcuna importanza ai fini della loro educazione. 
Nel racconto Un interesse nella vita la protagonista dice «in questa casa ci saranno almeno 71 bambini, dal rosa pallido al marrone», la madre protagonista del racconto è responsabile di ogni piccoletto che capiti da quelle parti.
Il quartiere è la loro casa, il parco il salotto, tutte sono madri di tutti i figli. L'idea della maternità è piuttosto una pratica: alle santificazioni della donna che genera la vita con la v maiuscola, agli sbrodolamenti sentimentali, teorici, filosofici è lasciato poco spazio.
La maternità ha una valenza sociale, non è soltanto un'esperienza personale: c'è da far crescere questi esseri umani, c'è da insegnar loro qualcuna delle cose che potrebbero servire nella vita, quando saranno degli adulti. Può farlo ognuna di noi, o una di noi se manca l'altra, o tutte insieme, o chi c'è e voglia prendersene carico. 
Prendersi cura di chi è più giovane è un compito che può calzare bene a una madre, ma non è necessariamente così: si tratta di una responsabilità che prescinde dalla riproduzione, dalla parentela, dal sesso. In un saggio sulla guerra del Vietnam e su un caso di bambini (presunti orfani) trasferiti in maniera sospetta negli Stati Uniti, Grace Paley commenta: «Se si perde la madre c'è una zia, se manca il padre c'è uno zio. Il bimbo che ha perso i genitori diventa il figlio di una famiglia allargata, il villaggio, con vecchie zie che possono anche non avere legami di sangue con i piccoli ma che condividono la responsabilità naturale degli adulti nei confronti di tutti coloro che sono più giovani

Ogni aspetto della vita quotidiana ha un valore politico, anche la maternità. Chiunque sia a praticarla.
Mi sembra molto saggio.


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giovedì 10 maggio 2018

Una cosa buona in «Parlarne tra amici».

Una cosa buona di «Parlarne tra amici» di Sally Rooney è un meccanismo di specchiamento che funziona per sottrazione o sostituzione. Quale specchio sostituisce e toglie? Eh, appunto.

Frances, la protagonista di «Parlarne tra amici» definisce se stessa per sostituzione o sottrazione specchiandosi di continuo in tutti quelli che la circondano. La sua migliore amica Bobbi è il soggetto con cui questo avviene più spesso.

«A volte, quando facevo qualcosa di poco interessante [...] mi piaceva immaginare che assomigliavo a Bobbi. Aveva un portamento che io non avevo, e un viso di una bellezza che non si dimentica. Quella finzione per me era talmente reale che imbattermi nel mio riflesso e vedere i miei tratti mi provocava uno strano shock spersonalizzante.»

«Mi ritrovavo spesso a pensare che se avessi assomigliato a Bobbi non mi sarebbe mai successo niente di male. Non sarebbe stato come svegliarsi con una faccia nuova e strana, ma con una faccia che già conoscevo, la faccia che avevo già immaginato di avere.»

È difficile che Frances si descriva, che definisca tratti della sua personalità o caratteristiche fisiche. Di lei sappiamo sempre come non è rispetto agli altri, come potrebbe essere se fosse più simile a qualcun altro.

«Se sapessi parlare come te parlerei di continuo.»

«In scena Bobbi era sempre precisa, io dovevo solo cercare di sintonizzarmi con il suo ritmo peculiare e se ci riuscivo ero a posto. A volte me la cavavo bene, altre ero semplicemente passabile. Ma Bobbi era esatta.» 

«Devo essere allegra e simpatica, ho pensato. Una persona allegra e simpatica manderebbe una mail di ringraziamento.»

«Spesso mi capitava di spiarla con ansia per ricordare a me stessa cosa fare.» 



In una scena addirittura Bobbi prende una decisione importante riguardo l'aspetto di Frances e si offende quando lei le fa notare che si somiglierebbero troppo.

«I tuoi capelli cominciano a essere parecchio lunghi, ha detto Bobbi.
Credi che dovremmo tagliarli?
Abbiamo deciso di tagliarli
[...]
Potremmo farti una frangia, ha detto Bobbi.
No, la gente già ci confonde abbastanza.
Mi offende che la cosa ti offenda così.»

Come se appunto la cifra peculiare di Frances fosse la mancanza di peculiarità, di forza di volontà, di capacità di decidere cosa fare di sé e della sua vita - in una scena la madre la paragona a una teiera. 
Facce, corpi, capacità intellettive: tutto quello che appartiene agli altri è desiderabile, al contrario della sua faccia, del suo corpo, delle sue capacità intellettive: quello che le appartiene è estraneo, può tradire, sarebbe preferibile scambiarlo. Prende in prestito anche le opinioni e, in generale, tutto quello di cui crede di essere priva.

«In una situazione simile Bobbi avrebbe saputo cosa dire, perché aveva un'opinione assai articolata sulla salute mentale nel discorso pubblico. Ad alta voce ho detto: Bobbi pensa che la depressione sia una risposta umana alle condizioni del tardo capitalismo. L'ha fatto sorridere.»
«Non nutrivo alcun disprezzo verso la tua casa. Avrei voluto fosse mia. Avrei voluto tutta la tua vita [...]  Non stavo cercando di sabotarti la vita, stavo cercando di rubartela.»

La relazione che Frances stabilisce con Nick fa scricchiolare questo meccanismo. Nick inizialmente appare lontano e diverso - più ricco, più grande, sposato - ma presto viene fuori una certa affinità.

«Ero consapevole del fatto che poteva spacciarsi per chi pareva, e mi sono chiesta se anche lui come me fosse privo di personalità.»

Effettivamente Nick è un passivo, specie con le donne - Frances gli dice «Ti piacciono le donne capaci di stracciarti intellettualmente». Allora le modalità con cui Frances si rapporta agli altri si rivelano frutto di nient'altro che squilibri di potere: il potere che Frances non ha su alcune persone - e rispetto alle quali si annulla, si scambia, ruba; il potere che Frances ha nei confronti di Nick - rispetto a cui è padrona delle sue opinioni e del suo corpo - pur nell'estasi del sesso. Quando lui le sorride

«Mi ha guardata per un attimo poi ha sorriso, un sorriso titubante, che mi è piaciuto al punto da procurarmi una precisa coscienza della mia stessa bocca. Era leggermente aperta.»

lei non sente il bisogno di smontarsi e rimontarsi a immagine di qualcun altro - qualcuno che sia migliore - per continuare ad agire: le basta la bocca che ha già.

Tuttavia, come la moglie di Nick predice

«Da questa relazione non caverai alcun senso duraturo di autostima»

perché si sa, l'autostima è una carogna e te la devi costruire da te, su quello che hai: quelli che ti stanno attorno non c'entrano niente, anche se sei capace di ferirli, anche se li ferisci.

Ci sono anche cose meno buone. Tipo: è per lo più un romanzo in cui gente acculturata e sagace va a letto con altra gente acculturata e sagace. Però, nonostante la cultura e la sagacia, nessuno dice una parola - sagace, sarcastica, ironica, tagliente - sul fatto che marito e moglie non dormano insieme in uno snodo fondamentale per la trama - no gossip.
Mmmm occhei. Se è credibile per te, Sally, è credibile per noi.
Ma tutta la questione dello specchiarsi negli altri e del sostituirsi a loro mi è parsa l'aspetto più interessante del romanzo.
Da adolescente avevo alcune amiche. Avevo anche un ragazzo stabile e le conseguenti certezze riguardo agli aspetti fondamentali dell'avere quell'età - ero evidentemente carina, ero evidentemente amata, non ripugnante come avevo immaginato fino ad allora: non erano mie congetture, avevo le prove sottoforma del tizio che mi teneva per mano. Loro non avevano un ragazzo stabile e tuttavia mi sembravano comunque delle sedicenni migliori: più sicure, più disinvolte, con una faccia migliore della mia, un colorito più sano, le cosce più sode, gli occhi più grandi, l'umorismo più sottile.
Una di loro mi prestava i vestiti a volte, quando andavamo alle feste, e mi sentivo più bella quando li mettevo, perché erano i suoi vestiti, i vestiti di una persona migliore e per il tempo della festa lo diventavo anch'io. 
Per fortuna presto o tardi, bene o male, l'adolescenza ci lascia liberi.

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giovedì 12 aprile 2018

La Marvel è come la chiesa cattolica.

La Chiesa del Buon Cammino in via Otranto a Napoli era - guidata? diretta? governata? - da padre Antonio. Padre Antonio aveva parecchi tic preteschi. Uno che mi fa ancora molto ridere se ci penso - e capita che ci pensi, incredibile - è che si alzava sulle punte e spingeva la voce verso l'alto ogni volta che pronunciava le parole la vergine Maria. Una specie di nota musicale buttata lì nel mezzo delle altre parole soltanto parlate. Doveva essere particolarmente devoto della Madonna - i preti avranno preferenze di devozione? Santi a cui si sentono più vicini? No fucking idea.
Un altro tic era la storia dei Natalini e Pasqualini. Me lo sono sempre immaginato nella sagrestia, in riunione con i diaconi prima dell'ennesima messa di Natale e di Pasqua, affermare con convinzione che no, non avrebbe tirato ancora  fuori la storia dei Natalini e Pasqualini, e i diaconi lì in circolo ad annuire speranzosi ma non troppo convinti. Infatti poi, una volta sull'altare, davanti a tutte quelle faccione nuove non poteva trattenersi.
I Natalini e i Pasqualini sono gli occasionali dello stadio, ma in chiesa.
Sono quelli che devono canticchiare Nord, sud, ovest, est degli 883 per assicurarsi una buona riuscita del segno della croce, ma si presentano lo stesso tronfi in chiesa a Pasqua e a Natale con il vestito buono. Padre Antonio li (ci) detestava e li (ci) cazziava furiosamente perché, ovviamente, il Signore meritava che gli si dedicassero più di due messe all'anno.

Ci ho pensato e: le produzioni Marvel sono come la chiesa cattolica.



Pretendono la tua completa devozione e un impegno costante, completo, una fede che non ammetta esitazioni. Non puoi dedicare, in un anno, chessò: due mesi a una serie Marvel e due sere al cinema rispettivamente per un Thor e un Avengers a caso. No. Devi dedicare loro

tutta la tua vita. 

E non hai facoltà di scelta: non puoi vedere solo Civil war. GIAMMAI. Devi prendere tutto, il bello e il brutto, altrimenti sei come i Pasqualini che credono di stare al ristorante e scelgono dal menù la messa più figa dell'anno, quella che alla chiesa del Buon Cammino si recitava a più voci, una vera e propria rappresentazione teatrale che pareva di stare a Matera con Mel Gibson. 
Ennò bello mio, nonò: la messa del 17 settembre è forse la figlia della serva? Dov'eri il 17 settembre? Di corsa a sentire la messa del 17 settembre e poi in volata a sorbirsi  v e n t i s e i  episodi di Daredevil per meritare, forse, i pascoli del cielo delle battaglie intergalattiche che contano davvero.
Quindi ho mollato il colpo. Dopo essermi impegnata tanto e per tanti anni - e l'ho fatto, con costanza e dedizione vere, tanto da scriverci un post anni fa e chiamare alle visione il mondo intero - ne sono uscita definitivamente. Ho eliminato tutte le produzioni Marvel dalla lista dei preferiti Netflix. Non ho idea di quali siano le prossime uscite.
Credo di aver saltato l'ultimo Thor, ho lasciato indietro in maniera irrecuperabile gli Agents of SHIELD, non ho idea di chi o cosa sia Iron Fist e so già che mai lo scoprirò. So che Spiderman ha una nuova faccia, più nuova di quella di Garfield, poco più. 
E non ne faccio un punto di orgoglio, non credo che voialtri stiate sprecando il vostro tempo, affatto. Vi dirò: ne soffro persino, perché mi sembra di rivivere una di quelle situazioni da ricreazione alle scuole elementari. 
Il gruppetto più numeroso sta lì. 
Lo vedo. 
Lo sento. 
Si scambiano le figurine. 
Ridono.
Mangiano i Soldini del Mulino bianco.
Guardano i trailer di Infinity war.
Ma per essere ammessa tra loro sono richieste troppe prove, troppa tenacia, un'attitudine al pensiero religioso. Ho scavato per bene nella mia cassa toracica: non esiste ragione al mondo che possa spingermi ad andare alla messa del 17 settembre, o a vedere altri 30 secondi di Matt Murdock sullo schermo.
Mi si chiede troppo e d'altronde sono stata anch'io Natalina e Pasqualina, fino a che non ho smesso del tutto.



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giovedì 27 luglio 2017

Una specie di riconoscimento.

È da poco andato via un collega che ha portato in ufficio la figlia di undici anni, una ragazzina che ho visto per la prima volta un'ora fa. 
Mi era stato detto quanto fosse timida e in effetti è evidentissimo: non si è staccata un attimo dal padre, mi ha saluta educatamene ma senza guardarmi - non mi sono stupita, perché avrebbe dovuto giacché non ci conosciamo? non è un pupazzino a disposizione degli adulti - saluta, dici ciao, hi guys - insomma, è una persona di undici anni. Il punto è che non ha guardato nemmeno il mio capo e sua moglie che invece conosce benissimo perché frequentano casa sua da quando era neonata. 
Dopo i soliti convenevoli di rito, torno veloce alla mia scrivania e prendo una decisione molto importante: non le rivolgerò più la parola finché divideremo l'ufficio. Non un cenno su quanto è carina, su quanto è alta, sulle stronzate che si dicono ai ragazzini. Sono certa di farle un favore, è in evidente disagio. Mi sono bastati sette secondi per capirlo, l'ho riconosciuta.


Pochi minuti dopo però, la moglie del capo l'ha trascinata alla macchinetta del caffè e ha chiamato anche me e allora sono dovuta andare. La ragazzina viene bombardata di domande sull'estate, sulle vacanze, sugli amici che troverà al mare, sugli spostamenti che farà con la famiglia, quanto tempo rimarrete in Puglia, quanto in Calabria, e se foste stati lì con me l'avreste vista letteralmente indietreggiare davanti a questa quarantenne in preda a diarrea verbale. Ha risposto a tutto l'interrogatorio con precisione, a voce sempre più bassa, e la moglie del mio capo le ha addirittura chiesto di alzare la voce e ripetere, e la ragazzina ha addirittura ripetuto perché sta ricevendo un'ottima educazione evidentemente, e per dare il giusto valore a tutti questi sforzi la moglie del capo ha rifatto al padre della ragazzina - in sua presenza - le stesse domande che le aveva già fatto, ottenendo risposte identiche perché mica è una ragazzina scema, è solo una ragazzina estremamente timida.
Ognuno rimane colpito più o meno sempre dalle stesse mazzate perché sono quelle ti hanno già fatto male in passato: funzioniamo così. Adesso ho i crampi allo stomaco perché quella ragazzina ha il diritto di essere timida quanto le pare e decidere, di volta in volta, quanto grande debba essere la porzione di spazio di cui ha bisogno per vivere con serenità ogni momento della sua vita e non essere costretta a indietreggiare. Ma so - perché l'ho riconosciuta - che il pianeta le sembrerà popolato soltanto da persone come la moglie del mio capo, alle quali sono chiarissime tutte le faccende dell'esistenza, tranne quelle che hanno davanti. 
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