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Solo col buio capisci che è tridimensionale.

Quando ho preso le ferie era la sera dell'eclissi, ho lavorato fino alle sette passate col collo rigido su photoshop e m'è venuto un gran mal di testa che m'ha preso allo stomaco ma ero felicissima perché prendevo le ferie e c'era l'eclissi, siamo andati a Castel S. Elmo e ci abbiamo trovato tutta Napoli col muso in su, ero felicissima anche se tutti tentavano di fotografare il cielo con il cellulare e addirittura con il flash, ma non puoi stare sempre a prendertela col tuo vicino di posto e con i tempi, no? infatti ho continuato a essere felice mentre la luna scompariva e scoprivo che è possibile vedere Marte a occhio nudo, al massimo mi sono spostata più in là quando la calca era troppa e il caldo attaccaticcio o una fotocamera mi inquadrava, ero proprio felice anche quando più tardi bevevo una birra e il mal di testa era sempre lì e sul marciapiede c'erano le blatte, nemmeno le blatte mi davano fastidio la sera che ho preso le ferie e c'era l'ecliss…

Una cosa buona in Grace Paley.

Una cosa buona in Grace Paley è una certa pratica di maternità. Mi chiedo a volte se supereremo mai le mamme pancine, le supermamme sempre attive a felici, le mamme che organizzano i varicella party, gli uomini per cui soltanto le mamme sono donne con la d maiuscola e le altre non servono a niente, le donne per cui si deve partorire con dolore altrimenti siamo cattive o, più recentemente, se sopravviveremo ai politici che ci dicono quali sono famiglie e quali no. La realtà è un vortice di false informazioni, complessi di superiorità, ignoranza, deliri di onnipotenza, maschilismo che si alimenta di sé stesso e continua all'infinito.   Me lo chiedo e ci penso senza essere madre e senza che abbia programmi a riguardo, perché mi piacerebbe vedere rappresentazioni di modelli femminili che siano positivi, credibili - anche madri quindi, perché no. Grace Paley è stata una attivista, femminista, scrittrice di saggi e racconti e non ne avevo mai sentito parlare fino a qualche anno fa quand…

Una cosa buona in «Parlarne tra amici».

Una cosa buona di «Parlarne tra amici» di Sally Rooney è un meccanismo di specchiamento che funziona per sottrazione o sostituzione. Quale specchio sostituisce e toglie? Eh, appunto.
Frances, la protagonista di «Parlarne tra amici» definisce se stessa per sostituzione o sottrazione specchiandosi di continuo in tutti quelli che la circondano. La sua migliore amica Bobbi è il soggetto con cui questo avviene più spesso.
«A volte, quando facevo qualcosa di poco interessante [...] mi piaceva immaginare che assomigliavo a Bobbi. Aveva un portamento che io non avevo, e un viso di una bellezza che non si dimentica. Quella finzione per me era talmente reale che imbattermi nel mio riflesso e vedere i miei tratti mi provocava uno strano shock spersonalizzante.»
«Mi ritrovavo spesso a pensare che se avessi assomigliato a Bobbi non mi sarebbe mai successo niente di male. Non sarebbe stato come svegliarsi con una faccia nuova e strana, ma con una faccia che già conoscevo, la faccia che avevo già im…

La Marvel è come la chiesa cattolica.

La Chiesa del Buon Cammino in via Otranto a Napoli era - guidata? diretta? governata? - da padre Antonio. Padre Antonio aveva parecchi tic preteschi. Uno che mi fa ancora molto ridere se ci penso - e capita che ci pensi, incredibile - è che si alzava sulle punte e spingeva la voce verso l'alto ogni volta che pronunciava le parole la vergine Maria. Una specie di nota musicale buttata lì nel mezzo delle altre parole soltanto parlate. Doveva essere particolarmente devoto della Madonna - i preti avranno preferenze di devozione? Santi a cui si sentono più vicini? No fucking idea. Un altro tic era la storia dei Natalini e Pasqualini. Me lo sono sempre immaginato nella sagrestia, in riunione con i diaconi prima dell'ennesima messa di Natale e di Pasqua, affermare con convinzione che no, non avrebbe tirato ancora  fuori la storia dei Natalini e Pasqualini, e i diaconi lì in circolo ad annuire speranzosi ma non troppo convinti. Infatti poi, una volta sull'altare, davanti a tutte q…

Una specie di riconoscimento.

È da poco andato via un collega che ha portato in ufficio la figlia di undici anni, una ragazzina che ho visto per la prima volta un'ora fa.  Mi era stato detto quanto fosse timida e in effetti è evidentissimo: non si è staccata un attimo dal padre, mi ha saluta educatamene ma senza guardarmi - non mi sono stupita, perché avrebbe dovuto giacché non ci conosciamo? non è un pupazzino a disposizione degli adulti - saluta, dici ciao, hi guys - insomma, è una persona di undici anni. Il punto è che non ha guardato nemmeno il mio capo e sua moglie che invece conosce benissimo perché frequentano casa sua da quando era neonata.  Dopo i soliti convenevoli di rito, torno veloce alla mia scrivania e prendo una decisione molto importante: non le rivolgerò più la parola finché divideremo l'ufficio. Non un cenno su quanto è carina, su quanto è alta, sulle stronzate che si dicono ai ragazzini. Sono certa di farle un favore, è in evidente disagio. Mi sono bastati sette secondi per capirlo, l&…

Amici.

Se poteste leggere le conversazioni su Telegram tra me e mia sorella (ci sei? Ciao Vi) notereste che ultimamente sono tutte del tenore Sono arrivata alla coppa Geller! oppure Sono a quella della doppia festa per Rachel o ancora Le aragoste! Le aragoste! e via così con poche modifiche. Se siete sulla trentina avrete capito che stiamo riguardando Friends su Netflix, e la circostanza non smette di affascinarmi. Non riesco a metterla diversamente: stiamo facendo binge-watching di un prodotto che abbiamo guardato in età preadolescenziale. Ogni cosa - anche Friends - ha le nostre coordinate spazio temporali precisissime, e cioè: la nostra penultima casa, l'ultimo videoregistratore che abbiamo posseduto prima che si passasse ad altro, molte VHS su cui registravamo gli episodi che mandava la Rai. Avrei dato un braccio per poter guardare negli anni '90 Friends come sto facendo adesso. Non che in questa nostalgia, in questi nodini nello stomaco, ci sia nulla di eccezionale - siamo migl…

Un errore nella storia che leggo, un errore nella storia che scrivo.

Lavorare nella redazione di inutile per 3 anni mi ha insegnato un mucchio di cose, e chissà quante altre ancora ne imparerò. Molte di queste hanno a che fare con la narrativa: quello che rende una storia una buona storia, quello che la rende scadente, perché una storia mi piace o non mi piace, se qualcosa che non mi piace possa essere migliorato, riscritto, montato diversamente e se valga la pena farlo. È una delle cose più entusiasmanti del mondo: affinare il proprio gusto, imparare cosa guardare, allenarsi a trovare le motivazioni di quella che all'inizio non è più che una sensazione. Lo farei tuentiforseven, come direbbero gli ammerigani.


E giacché di tanto in tanto scrivo (scrivevo, scriverò, boh) tutto questo mi interessa sommamente, trovo continui spunti per ragionarci su, imparare, migliorare, correggere, cambiare quello che ho scritto o scriverò, o quanto meno mi permette di pensare di poterlo fare. Ma d'altronde di che mi stupisco. Sono quella che si allena a capire …