venerdì 7 luglio 2017

Amici.

Se poteste leggere le conversazioni su Telegram tra me e mia sorella (ci sei? Ciao Vi) notereste che ultimamente sono tutte del tenore Sono arrivata alla coppa Geller! oppure Sono a quella della doppia festa per Rachel o ancora Le aragoste! Le aragoste! e via così con poche modifiche. Se siete sulla trentina avrete capito che stiamo riguardando Friends su Netflix, e la circostanza non smette di affascinarmi.
Non riesco a metterla diversamente: stiamo facendo binge-watching di un prodotto che abbiamo guardato in età preadolescenziale. Ogni cosa - anche Friends - ha le nostre coordinate spazio temporali precisissime, e cioè: la nostra penultima casa, l'ultimo videoregistratore che abbiamo posseduto prima che si passasse ad altro, molte VHS su cui registravamo gli episodi che mandava la Rai. Avrei dato un braccio per poter guardare negli anni '90 Friends come sto facendo adesso.
Non che in questa nostalgia, in questi nodini nello stomaco, ci sia nulla di eccezionale - siamo migliaia là fuori, milioni, e ricordiamo tutti esattamente le stesse cose la tv la musica le feste MTV i vestiti i gelati fuori produzione - però continuo a percepirla come magica, questa seconda possibilità.


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martedì 28 marzo 2017

Un errore nella storia che leggo, un errore nella storia che scrivo.

Lavorare nella redazione di inutile per 3 anni mi ha insegnato un mucchio di cose, e chissà quante altre ancora ne imparerò. Molte di queste hanno a che fare con la narrativa: quello che rende una storia una buona storia, quello che la rende scadente, perché una storia mi piace o non mi piace, se qualcosa che non mi piace possa essere migliorato, riscritto, montato diversamente e se valga la pena farlo. È una delle cose più entusiasmanti del mondo: affinare il proprio gusto, imparare cosa guardare, allenarsi a trovare le motivazioni di quella che all'inizio non è più che una sensazione.
Lo farei tuentiforseven, come direbbero gli ammerigani.



E giacché di tanto in tanto scrivo (scrivevo, scriverò, boh) tutto questo mi interessa sommamente, trovo continui spunti per ragionarci su, imparare, migliorare, correggere, cambiare quello che ho scritto o scriverò, o quanto meno mi permette di pensare di poterlo fare.
Ma d'altronde di che mi stupisco. Sono quella che si allena a capire l'origine di ogni mal di testa (cambio stagione, cambio temperatura, miopia, cervicale, premestruo, postura, colpo di freddo, troppo tempo al pc): devo sapere sempre quello succede, circostanziare, poter spiegare. Funziono così.
Quello su cui rifletto più spesso negli ultimi tempi è la storia. L'intreccio. Cosa succede. La sostanza. La ciccia. Cosa fanno i personaggi e perché. Quella roba lì.
Faccio uno sforzo di memoria: mi vedo a dieci-dodici anni sul letto, a scrivere su un quadernetto. Inventavo tutto, favole, racconti, persino poesie, così a quattordici anni, sedici, venti, fino a oggi più o meno, e alcune cose sono venute fuori meglio di altre. Quello che mancava - solo nelle peggiori, voglio credere, ma sono troppo severa per crederci davvero - era la storia, che succedesse qualcosa. Tutte quelle pagine erano perlopiù un diario leggermente narrativo o, quando andava bene, un inizio di vicenda che si perdeva in lunghe riflessioni autoreferenziali. Ho commesso questo errore centinaia di volte e lo vedo spessissimo intorno a me, anche nei libri pubblicati: mi trovo tra le mani blogpost di trecento pagine pagati 15 euro da Feltrinelli, romanzi che sono piuttosto confessioni a cuore aperto travestite, scritte da autori - anche bravi - ma che sproloquiano tragicamente appesi a sottilissimi fili di trama.
È un errore? Un vizio? Chiamatelo come volete, ma è comunissimo.
Sono diventata ipersensibile: cerco in ogni libro i punti chiave della trama perché, dannazione, siamo bravi tutti a scrivere quello che ci passa nello stomaco - tutto si svolge sempre nell'apparato gastrointestinale, fateci caso - e a fingere che stia accadendo a qualcuno che non siamo noi: ma quanto è interessante leggere del duodeno che si contorce, impensierito dalla nostra - pardon, dei personaggi - inettitudine a vivere? Zero o moltissimo, dipende se stiamo facendo qualcosa durante questi contorcimenti. Se andiamo da qualche parte.
Ormai è una fissazione. Cerco la storia ovunque, nei libri, nei film, nelle serie tv, voglio concentrarmi su quella, lasciare che il fumo degli abbellimenti senza sostanza si disperda.
È pieno ovunque di parole bellissime e di immagini che non raccontano niente, e voglio evitarle o migliorarle, se è possibile.



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giovedì 23 febbraio 2017

Un obiettivo che non sia l'invidia.

Tengo traccia delle mie letture, come presumibilmente tutti. Una volta lo facevo qui - c'era una pagina dedicata - poi ho smesso e sono passata a un quadernino. Segno cosa leggo ogni mese e a fine anno faccio il totale. Certi anni sono più soddisfatta di altri, senza che in questo si possa ravvisare una logica: trenta è meglio di venti, certo, se si tratta di euro trovati per caso sul marciapiedi. Per i libri direi che dipende dai libri, magari un anno ne bastano sette. 
A scriverlo mi sembra ancora più banale di quello che è, eppure mi ci sono educata perché non è un ragionamento che sento come naturale. È in corso una gigantesca competizione globale: devo leggere più di tutti, più dei following di Instagram e Twitter sommati, più foto di libri sul comodino, più spedizioni punitive in libreria, più pacchi di IBS e del Libraccio, più unboxing live su Snapchat, più punteggio nelle sfide di lettura, più "ho aggiunto XY alla mia libreria aNobii" spammati su Twitter (per carità, scollegate i social tra loro), più copertine colorate e piatti di frutta fresca in pendant.


Ho sempre voluto molto bene ai condivisori di copertine sui social, e anche io faccio parte della cerchia perché è un modo semplice e immediato per dare un consiglio: una delle mie più grandi gioie è sapere che quattro persone guardano un film che ho guardato io o leggono un libro che è piaciuto a me. Ma se si fa caso alla frequenza di certe condivisioni (tolti i casi di chi con i libri ci lavora e può avere esigenze diverse), i conti non tornano e soprattutto non si tratta più di consigliare un buon testo ma di far vedere agli altri quanto ce l'avete lungo.
Non si possono leggere tutti quei libri. Non abbiamo abbastanza tempo davanti.
Se leggessi senza interruzioni per il resto della mia vita non riuscirei a finire le migliaia di volumi che ho nella mia libreria, figuriamoci comprandone di nuovi, figuriamoci lavorando, figuriamoci avendo una vita sociale, dormendo, guardando le serie tv, andando al cinema, dovendomi preparare da mangiare. Allora l'internet, che è così bello e ricco e divertente, diventa il solito posto dove testare l'invidia degli altri e sentirsene lusingati, dove sperimentare le mille sfumature di inadeguatezza sperimentabili. 
Qualche settimana fa leggevo di questo gioco che coinvolge le librerie indipendenti di tutta Italia e chiama i lettori a una specie di maratona di lettura che porterà alla proclamazione di un vincitore a fine anno. È tutto giusto: le librerie indipendenti, il carattere giocoso, l'istigazione alla lettura, leggete tanto sempre ovunque e più che si può perché vi rende persone migliori. Ma perché impostarla come maratona? Perché vince chi legge di più? Ci si può fermare a trentacinque ma, attenzione, la maratona completa è di cento libri in un anno. Ragazzi, cento. Due libri a settimana. Perché chi riesce in questa follia dovrebbe essere più bravo di chi legge due libri al mese? E poi quali sono questi due libri al mese o alla settimana o all'anno, qualcuno se lo chiede?


Non mi dite che è un pretesto. O meglio: lo è, è solo un modo per movimentare le acque e trovare spunti - come i giochini su Goodreads e le classifiche e le stellette - ma non credo sia giusta la strada per cui anche alla lettura dobbiamo avvicinarci tramite l'accumulo. Sì, anche: lo facciamo già per i vestiti che abbiamo nell'armadio, le serie tv che guardiamo una dopo l'altra al grido di "addio vita sociale :(" e "cos'altro c'è da vedere su Netflix, ho visto tutto :(", per i cosmetici che le youtubers ci consigliano da dieci anni e che ormai possiamo spostare agevolmente da un cassetto all'altro soltanto con l'utilizzo del muletto.
Il meccanismo non è molto diverso da quello dell'Instagram di Chiara Ferragni - o equivalente - che non dice mai "Hi guys, questa borsa è di ottima fattura e sta proprio bene con queste scarpe: mi va di spiegarvi il perché", ma fotografa il suo mostruoso armadio sul punto di esplodere. I commenti alla foto sono una teoria di donne che si stracciano le vesti perché vorrebbero anche solo due delle Chanel che lei impila come noi impiliamo i vecchi numeri di TV Sorrisi e canzoni nel portariviste in bagno, e finiscono per maledire le proprie finanze, la propria vita e la Ferragni stessa.
Avevo la pagina delle mie letture, qui, poi l'ho tolta perché non ci stavo dietro ed era più veloce aggiornare con carta e penna. Se avessi adesso quella pagina, la cancellerei perché non voglio avere la sensazione di stare gareggiando per la maratona o che qualcuno pensi di non essere un bravo lettore perché legge meno di me. A gennaio ho segnato qualche obiettivo da raggiungere, ovviamente non numerico ma teso piuttosto a colmare qualche lacuna o soddisfare certe curiosità che mi trascino dietro da anni e poi vengono sommerse dalle novità e dalla vita. Vorrei mantenere la lettura un posto sicuro, con i paraspigoli sugli angoli.
  

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sabato 28 gennaio 2017

Xavier Dolan appreciation post.

Mi trovo in imbarazzo nel fare una cosa semplicissima e che qui ho fatto spesso, cioè scrivere di qualcosa che mi è piaciuto molto con la speranza che poi possa piacere anche a voi. 
In onestà, il succo è VEDETE I FILM DI DOLAN PER PIACERE, quindi togliamoci il pensiero: vedete i film di Dolan, per piacere. Sono 6 (a me manca ancora È solo la fine del mondo, uscito quale mese fa), recuperateli in qualche modo, l'internet è grande e generoso. Io ci sono andata sotto fortissimo e non ne riemergo più.


Come per molte delle belle cose che rendono più felice la mia vita, sono stata introdotta alla cinematografia di Dolan da Madre, fedelissima ascoltatrice di Ricciotto. Ricciotto è il più bel podcast di cinema che esista, se amate il cinema fate un favore a voi stessi ascoltandolo. Da mesi Madre mi diceva di guardare i film di questo regista-attore-sceneggiatore-costumista appena ventisettenne del Québec, che ha diretto il suo primo lavoro a diciannove anni su sceneggiatura scritta a sedici. E io rimandavo perché che cazzo, non vi sentite feriti da questi talenti con l'eiaculazione artistica precoce? Io sì, come se mi spingessero la testa nel water nel bagno della scuola davanti ai compagni: ferita e umiliata, nemici per sempre.
Poi ho smesso di fare la drama queen e li ho visti. Sono sinceri, precisi, delicati ma insieme sorprendentemente creativi, potenti, colorati, pieni di trovate originali e musiche pazzesche.
Sembra scontato, ma non lo è: queste storie sono raccontate bene, benebene, che è una cosa a cui tengo in maniera particolare oltre che una delle più difficili del mondo. A questo proposito: mi sembra sempre di aver dormito fino a un momento prima quando d'un tratto mi rendo conto che esiste una maniera diversa per raccontare una storia, una maniera che non sia quella che ci aspettiamo tutti, quella normale che abbiamo sempre trovato persino gradevole, ma solo perché l'abitudine è una grandissima stronza. 


J'ai tué ma merè, 2009






Les amours imaginaires, 2010





Laurence anyways. 2012




Tom à la ferme, 2013



Mommy, 2014 (è il mio preferito in assoluto. Se avete Now tv, lì è disponibile fino a marzo mi pare)







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mercoledì 11 gennaio 2017

Se avessi un'altra vita, rifarei tutto quello che ho già fatto.


Mi pare di sentirlo il "che noia" spandersi veloce nell'aria fino ad arrivare ai valichi alpini. Invece no, perché se fai i conti con una specifica conformazione mentale/sentimentale che rende faticoso l'affrontare qualsiasi attività, penseresti anche tu di aver bisogno di due o tre repliche, per capire davvero cosa succede e agire coerentemente, invece di agitare a caso gli arti. 
Nella seconda vita farei tutto meglio fino a sembrare più intelligente, perché un conto è esserlo - lo sono, sì, ok? Grazie ciao - ma far capire di esserlo è un'altra storia, no? ha a che fare con la comunicazione, con il messaggio che riesci a mettere insieme e a come lo metti insieme, all'aspetto che ha. Se hai bisogno di tempo per raccogliere le informazioni, fare la scrematura delle tue sovrastrutture, eliminare gli impicci vari che ti rendono sempre sottilmente aggressiva o drammaticamente chiusa, se hai bisogno di tutto questo tempo per svolgere questa lista di azioni preliminari alla comunicazione, come cavolo fai? 
Una replica, due, tre, settecentoventi, sarebbe perfetto. 
Come quando rileggo un racconto per capire se c'è qualcosa che non va e se si può aggiustare. Vorrei essere una di quelle che lo capisce subito, ma no devo rileggerlo, ed è giusto farlo, mi è consentito. Oppure come adesso che ho rivisto Breaking Bad ed era tutto diversissimo. Chi lo sa cosa guardavo la prima volta, che non mi ha fatto vedere quello che ho visto la seconda. Ma ho potuto rivederlo ed è stato bello e utile. 
Rivedrei tutto, rileggerei tutto, parlerei ancora di nuovo con tutti quelli con cui ho parlato perché non ho idea di cosa abbiano detto, di cosa mi sia persa con tutto quel disturbo in sottofondo, e quante chance di dire la mia.
Ieri sull'agenda ho scritto una cosa che forse ha a che fare con tutto questo, con l'impossibilità di rifare e la necessità allora di arrangiarsi in qualche altro modo, e mi sono sentita proprio bene. 
Non mi sto lagnando, ecco, ma non so se si capisce.

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