L’anno della tv.

Dovevamo vestirci e mettere su una faccia allegra, o se non allegra almeno curiosa, che fosse degna dei grandiosi monumenti e dei mosaici millenari, rispettosa della cucina tradizionale, della simpatia della gente del posto, della vita nonostante tutto, della vita in generale. È stato bello. Stavamo sempre a masticare e a sorridere e macinavamo chilometri, ma è stato anche faticoso perché ci nascondevamo sotto strati e strati di vestiti e camminavamo goffi e lenti verso la fine del giorno, sempre più esausti. Ottenevamo l’azzeramento del pensiero, ma lo sforzo per raggiungerlo era sfiancante. È stato bello ma non credo che lo ricorderemo con affetto.

È seguito un periodo di valutazioni personali. Non abbiamo nemmeno sentito il bisogno di confrontarci. Ognuno ha pensato per sé, preferendo la via del risparmio energetico: non volevamo intaccare le nostre già povere riserve e speravamo così che avremmo trovato qualcosa di utile quando fosse giunto il momento di attingervi. Da brave formiche o da bravi scoiattoli o da bravi orsi che vanno in letargo: animali invernali, animali che pensano al futuro. Abbiamo concluso che c’erano strumenti migliori per ottenere quel vuoto per cui ci eravamo stancati tanto, quello dentro cui non si pensa.
Quando ce n’è stato bisogno eravamo pieni di utensili.

Prima ci sono le coppie, arrivano tutti insieme su una barca. Le ragazze piangono sin da subito, colpite in faccia dalla violenza del distacco imminente. I ragazzi se la ridono ma riescono di colpo a tornare seri quando è ora di separarsi. Non per una qualche solennità del momento, non perché, nello sfoggio di machismo, ammettano una parentesi sentimentale, ma per le ultime raccomandazioni del caso: comportati bene vita mia, attenta a te. Poi si allontanano per settimane e inizia lo spettacolo degli amori disastrati. Era zeppo di pubblicità e ridondanze, ogni settimana si finiva a notte fonda e la mattina dopo, quando suonava la sveglia, volevamo morire. Però creava un vuoto potentissimo nella testa, ce la sentivamo esplodere per la pressione, i pensieri risucchiati via. Il giorno dopo non pensavamo a niente ed eravamo ancora felici. È stato un attrezzo importante come i giraviti col manico cavo che dentro ci trovi tutti i tipi di punte. Puoi svitare e riavvitare il mondo con uno di quelli.

La potenza dei motori, nella saga cinematografica sulle corse automobilistiche, riusciva a soffiarci via i capelli dalla fronte e a spostare i pensieri sui bordi. Le mattine successive aggiornavamo la classifica, e l’unico posto su cui non abbiamo mai discusso è stato l’ultimo assegnato al secondo episodio.
È stata un martello o un mazzuolo: quelli scadenti sono costruiti male, pesano tutti sul davanti e il polso non regge. Ma quelli migliori fanno un rumore, mio dio, un rumore che monta di più a ogni colpo e costruisce una cupola tutto intorno a te, e ogni colpo crea una nuova cupola che contiene quella generata dal colpo precedente, finché sei nel cuore più profondo del rumore, sei il rumore stesso, e quando infine smetti di martellare rinasci minuscola e stordita, incapace del più semplice pensiero.

Una politica dalla credibilità compromessa. Un vecchio comico. Due ragazzotti belli senza un lavoro preciso. Un pugile timorato di Dio. Un attore con la voce falsa degli attori. Una donna trans. Tutti si riscattano nel reality sul ballo. È la piazza giusta per raccontare la propria storia, per far sapere agli addetti del settore che si è liberi da impegni lavorativi. Ballano stanchi il valzer viennese, prosciugati dallo sforzo e dalle loro stesse speranze. Abbiamo la sensazione di osservare uno stadio evolutivo precedente: sembrano noi prima della scoperta della televisione. Ci sono modi più semplici per non pensare, vorremmo dire allo schermo e trabocchiamo di pietà per questi fratelli svantaggiati che non l’hanno ancora capito. Ma non riusciamo nemmeno a formulare la frase: l’arrangiamento di un classico di Battisti sul ritmo del paso doble è troppo invasivo. Ci dimentichiamo presto quello che volevamo dire, il pensiero originale si allontana, il sentimento pure. Il reality sul ballo è uno sparafoglie: a suo modo bello, genera movimento, si lascia guardare, tiene la strada sgombra.

Poi vengono la maratona fantasy con gli insegnamenti sul coraggio e l’amicizia, la maratona magica per dirci che non siamo mai soli, la maratona vivi o muori per farci tornare bambini, la serie tv sui viaggi nel tempo per la quale c’è bisogno di disegnare un albero genealogico. Con grossi pennarelli disegniamo su fogli grandi quanto il salotto.
Sono chiodi e viti, bulloni. La nostra cassetta degli attrezzi ha scomparti dedicati a tutto, le più diverse minuterie metalliche.

Abbiamo martellato, inchiodato, smerigliato, levigato, dipinto così a lungo che, nei casi più gravi, riusciamo ad annullare i pensieri da soli, senza premere il tasto sul telecomando.
Ecco il livello di bravura.
Ecco la testa finalmente vuota, trasparente e tonda come una ciotola.
Pulita.
Capita di guardarci dentro quando allento il controllo, la sera a letto prima di dormire: fa impressione non vederci niente.
Però è un bello spazio ampio. Una ciotola da riempire di insalata fresca. Il vetro pulito di una finestra.

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