martedì 28 marzo 2017

Un errore nella storia che leggo, un errore nella storia che scrivo.

Lavorare nella redazione di inutile per 3 anni mi ha insegnato un mucchio di cose, e chissà quante altre ancora ne imparerò. Molte di queste hanno a che fare con la narrativa: quello che rende una storia una buona storia, quello che la rende scadente, perché una storia mi piace o non mi piace, se qualcosa che non mi piace possa essere migliorato, riscritto, montato diversamente e se valga la pena farlo. È una delle cose più entusiasmanti del mondo: affinare il proprio gusto, imparare cosa guardare, allenarsi a trovare le motivazioni di quella che all'inizio non è più che una sensazione.
Lo farei tuentiforseven, come direbbero gli ammerigani.



E giacché di tanto in tanto scrivo (scrivevo, scriverò, boh) tutto questo mi interessa sommamente, trovo continui spunti per ragionarci su, imparare, migliorare, correggere, cambiare quello che ho scritto o scriverò, o quanto meno mi permette di pensare di poterlo fare.
Ma d'altronde di che mi stupisco. Sono quella che si allena a capire l'origine di ogni mal di testa (cambio stagione, cambio temperatura, miopia, cervicale, premestruo, postura, colpo di freddo, troppo tempo al pc): devo sapere sempre quello succede, circostanziare, poter spiegare. Funziono così.
Quello su cui rifletto più spesso negli ultimi tempi è la storia. L'intreccio. Cosa succede. La sostanza. La ciccia. Cosa fanno i personaggi e perché. Quella roba lì.
Faccio uno sforzo di memoria: mi vedo a dieci-dodici anni sul letto, a scrivere su un quadernetto. Inventavo tutto, favole, racconti, persino poesie, così a quattordici anni, sedici, venti, fino a oggi più o meno, e alcune cose sono venute fuori meglio di altre. Quello che mancava - solo nelle peggiori, voglio credere, ma sono troppo severa per crederci davvero - era la storia, che succedesse qualcosa. Tutte quelle pagine erano perlopiù un diario leggermente narrativo o, quando andava bene, un inizio di vicenda che si perdeva in lunghe riflessioni autoreferenziali. Ho commesso questo errore centinaia di volte e lo vedo spessissimo intorno a me, anche nei libri pubblicati: mi trovo tra le mani blogpost di trecento pagine pagati 15 euro da Feltrinelli, romanzi che sono piuttosto confessioni a cuore aperto travestite, scritte da autori - anche bravi - ma che sproloquiano tragicamente appesi a sottilissimi fili di trama.
È un errore? Un vizio? Chiamatelo come volete, ma è comunissimo.
Sono diventata ipersensibile: cerco in ogni libro i punti chiave della trama perché, dannazione, siamo bravi tutti a scrivere quello che ci passa nello stomaco - tutto si svolge sempre nell'apparato gastrointestinale, fateci caso - e a fingere che stia accadendo a qualcuno che non siamo noi: ma quanto è interessante leggere del duodeno che si contorce, impensierito dalla nostra - pardon, dei personaggi - inettitudine a vivere? Zero o moltissimo, dipende se stiamo facendo qualcosa durante questi contorcimenti. Se andiamo da qualche parte.
Ormai è una fissazione. Cerco la storia ovunque, nei libri, nei film, nelle serie tv, voglio concentrarmi su quella, lasciare che il fumo degli abbellimenti senza sostanza si disperda.
È pieno ovunque di parole bellissime e di immagini che non raccontano niente, e voglio evitarle o migliorarle, se è possibile.



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1 commento:

  1. Mi ritrovo moltissimo in quello che hai scritto, soprattutto nel riguardare a quanto negli anni ho "scritto". Forse si cerca la storia, affannosamente, ovunque, perché dalla vita non si può pretendere nè trama nè intreccio...

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