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Visualizzazione dei post da Giugno, 2016

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Avevamo una lunghissima Lancia beige che mio padre teneva in garage quando ancora abitavamo nella torbida provincia napoletana. Sulla strada di casa doveva sterzare e percorrere una discesa scura per infilarsi sottoterra e, nello spazio di questa manovra, le chiavi appese nell'accensione facevano sempre lo stesso rumore, sempre la stessa sospensione dei tintinnii immediatamente precedenti, poi due secondi di silenzio e un'oscillazione più lenta ma costante, che si interrompeva solo quando papà parcheggiava e spegneva il motore. In ogni viaggio di ritorno mi addormentavo sul sedile posteriore e quel cambiamento di ritmo mi svegliava puntuale per fornirmi le coordinate del momento: la strada è finita, siamo arrivati a casa, tutto procede come previsto, all quiet on the western front. Anche adesso mi pare che suoni e rumori - persino alcune composizioni più articolate - agiscano alla stessa maniera delle chiavi della Lancia: il punto non è se mi emozionino, mi spaventino o mi ri…

La ricerca del significato.

Ci faccio sempre caso quando mi sposto dalla musica straniera a quella italiana, dal romanzo tradotto al romanzo italiano, dal film americano a quello italiano perché vuol dire che ho bisogno di un significato che mi arrivi diretto, senza codici, melodie, schemi culturali che sono sì parenti, ma comunque acquisiti. Allora basta New York, Parigi, North Dakota, Yorkshire, il banjo, la Scozia, il college, À bout le souffle. Sarà l'afa che ovatta i nervi, il cervello: pare che in questi posti ci metta un'infinità ad arrivare e poi, una volta lì, sono sorda e non sento niente.  Questo è il momento in cui devo rimanere a casa, parlare dialetto e tornare a capire. Mi piace pensare che sia parte di un percorso - a dir la verità non è che mi piace: è che spesso è stato così, parte di un percorso.