martedì 10 marzo 2015

Siamo quelli scemi.

Mi ha fatto molto ridere questo articolo dell'Indipendent.
Fay Weldon, (chi? L'autrice di She Devil) propone ai suoi colleghi di scrivere sempre due versioni dei propri romanzi.
La prima, che chiameremo L'Originaria, sarà ricca di cose prettamente libresche come le descrizioni, i flussi di coscienza, le velleità artistiche, la profondità psicologica - tutte qualità che si adattano bene alla carta.
La seconda, che chiameremo La Sorella Scema, sarà più semplice, veloce, più-azione-meno-pippe, fatta apposta per essere letta in digitale. Invita quindi i colleghi a non tirarsela troppo, ad abbandonare la propria "literary dignity", consapevole che lo smisurato ego proprio di ogni scrittore gli impedirà di scrivere una versione così-così del proprio capolavoro.
Mi ha fatto molto ridere l'idea, poiché presuppone che l'uso di una tecnologia ci renda più scemi.
Di conseguenza afferma che se leggiamo in treno siamo meno attenti e se non vogliamo trasportare in borsa tomi di mille pagine siamo più svogliati, impermeabili alla comprensione.
La specifica tecnologia dell'e-reader, rendendoci in alcuni casi la vita più semplice, rende più semplice la nostra mente e quindi sarebbe il caso di adattare il contenuto riscrivendolo for dummies.

Uau.

E' molto interessante anche la constatazione che "writers can’t expect the same version of their book to serve both markets", cioè che l'utilizzo di una tecnologia determini la creazione, non solo di due target differenti, ma di due prodotti differenti. Chi ha tempo e modo di leggere sul divano - non so, un pensionato - è naturalmente predisposto a leggere Proust o Virginia Woolf. Il pendolare si beccherebbe la Kinsella ma da oggi, grazie a Mrs. Weldon, si beccherà il Proust scemo.
Quello dove si parla di meno e si scopa di più.

A cosa si deve il profumo della carta?
E' desolante stare ancora a ragionare su un mezzo, un semplice strumento come l'e-reader, ancora a ragionare sul profumo della carta, quando l'unica cosa che davvero dovrebbe importarci è trovare la maniera di far entrare nella nostra testolina qualche brandello di bellezza, fosse anche utilizzando la cura Ludovico Van.

Il 2014 è stato un anno importante per la mia esperienza di fruizione della musica. Ho scaricato Spotify su ogni dispositivo in mio possesso e ho ricevuto in regalo per il mio compleanno un giradischi e dei vinili. Le due cose sembrano ovviamente in contraddizione e ovviamente non lo sono, giacché ho il diritto di ascoltare i Pink Floyd tanto in autobus quanto sul divano con un bicchiere di vino tra le mani e sentire che posseggo i Pink Floyd, che sono fisicamente miei attraverso quei dischi nerissimi. La tecnologia mi permette di fare entrambe le cose e sarebbe stupido non approfittarne.
Non è che divento più scema in autobus.
Non è che in autobus divento fan di Moreno.
Certo possiamo discutere della qualità del suono, della potenza dei bassi, della necessità dell'acquisto di un paio di cuffie Bose - e di nient'altro, non so un cazzo di musica. Però so che Spotify non mi rende un'ascoltatrice più scadente, non ha una sua tech-anima compromessa per colpa della quale gli spettano prodotti pensati compromessi dalla nascita - tipo canzoni che abbiano l'unico merito di superare i decibel del traffico cittadino alle 9 del mattino, adattandosi quindi perfettamente alle condizioni di utilizzo di Spotify stesso. Spotify è solo uno strumento così come la sega circolare: ci posso tagliare pezzi di legno o arti umani.

Allo stesso modo potremmo dire che la tv è la cugina scema del cinematografo, quindi ci puoi guardare in loop soltanto le vecchie puntate de La sai l'ultima? e vaffanculo Breaking Bad o True Detective o Mad men.

Uau. A grandi passi verso la conquista del futuro parlando del nulla.

Sto leggendo Moby Dick. Ho il bel librone di carta in ufficio, leggo nelle due ore di pausa pranzo e lo lascio lì la sera. A casa ho la versione digitale, proprio la stessa identica tradotta da Pavese: sto più comoda a leggere con l'e-reader a letto, non pesa niente. Sapete com'è nel letto, ci si rannicchia, le braccia si stancano, posizioni fantasiose con il pigiamone di pile, il libro pesante che ti cade in faccia.
Ecco, se fosse per Fey Weldon io la mattina leggerei di una baleniera, e la sera di un uomo che va a comprarsi i bastoncini Findus.

Fonte
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4 commenti:

  1. A me tutta la storia della superiorità della carta sul digitale fa ridere. Se sei scemo lo sei sempre, in digitale e in analogico. Mi sembra un po' una posa da radical chic che si diverte più a dire cosa bisogna leggere che a leggere davvero. Io leggo scemenze e roba tosta. E le due cose stanno da dio insieme.

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  2. Ho appena terminato il trittico (con il kindle) Proust-Musil-Joyce (capendo poco o nulla di tutti e tre): l'e-lettura mi ha permesso di non trasportare in metropolitana dei tomi sviluppabicipiti (per non parlare delle note al testo facilmente seguibili con i link dell'ebook).

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  3. Siamo noi a doverci arricchire con la lettura di un libro - che sia cartaceo o digitale, romanzo o saggio, non c'è differenza nell'uso delle parole - e non un testo che si deve abbassare a standard mediocri per far leggere senza impegno e senza "perdita di tempo" individui al di sotto della mediocrità stessa. La tecnologia ci ha reso più pigri, ma non più scemi.
    Un post interessante, mi è piaciuta l'analogia con la musica.

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  4. La cosa tragica è che le hanno pubblicato l'articolo.

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