venerdì 25 aprile 2014

Gli unicorni come simbolo di morte.

Consideriamo la situazione come già pericolosa. Febbre altissima, overdose di medicine, un certo scompenso ormonale che mi fa virare verso il sentimentalismo sia davanti a un documentario sui desaparecidos sia davanti all'ennesimo ascolto di Space oddity  (lacrime + lacrime + sonni agitati con correlate immagini di unicorni infuocati che non si rigenerano dalle proprie ceneri).
Possiamo parlare tranquillamente di sostrato.
Ora. Su questo sostrato innestiamo una serie di circostanze del tutto slegate dal sostrato stesso. Del tutto slegate dalla mia condizione fisica (sto meglio, grazie) nonché da David Bowie (che io immagino ancora e per sempre a Berlino, drogato e depresso e alle prese con Heroes cioè con, probabilmente, la mia canzone preferita in assoluto - lo aspetto da tanto quello che mi chiederà Qual è la tua canzone preferita in assoluto? e io saprò rispondergli, e spiegargli con precisione il perché, e gli farò notare che addirittura non è un pezzo dei Beatles, davanti al pubblico in studio letteralmente paralizzato dallo stupore).
Non c'entra David, dunque, o almeno non come fattore scatenante. Lo stesso vale per le madri dei desaparecidos in Plaza de mayo. Sostrato pure loro.
A ben pensare dipende da un libro che parla di una persona che sta morendo di cancro, l'ho iniziato a leggere sapendo solo che qualcuno nel libro moriva, senza altre indicazioni sulle modalità. Mi ha messo di cattivo umore, mi sono messa a leggere perché non avevo sonno, perfetto proprio, sono ancora sveglia dopo tre ore e soltanto 20 minuti di lettura.
Per alcuni anni sono cresciuta con addosso la minaccia della morte degli altri, e naturalmente mi sta ancora oggi ben attaccata alla spalle modello Invicta. Ma quelli sono stati anni molto particolari perché non avevo idea di cosa fosse la morte a parte una generica mancanza o un venir meno o un venire ingravidati da un alien e partorirlo dallo stomaco squarciato, giacché come sapete il cinema mi ha insegnato ogni cosa.
A nessuno che conoscessi era mai capitato di morire, e però mi sembrava un'avvenimento ingestibile se tentavo di copiaincollarlo dal film di Ridley Scott ad alcuni individui speciali.
La prima volta che mi morì qualcuno non morirono individui speciali. Mi impressionai comunque moltissimo e rimasi colpita soprattutto dalla macchina nera e dalle lanterne al suo interno, coi vetri coperti di polvere.
La seconda volta che mi morì qualcuno non morirono individui speciali, ancora fortunata ammetterete. Mi impressionai comunque moltissimo e piansi addirittura, perché ero più grandicella forse, come se ne avessi scoperto l'opportunità in relazione al momento. Mi colpì soprattutto venirlo a sapere tornando da scuola, c'era il portone chiuso per metà e il bigliettino col nome. Diedi una spiegazione a posteriori di alcuni fatti del mattino: mi sentii molto perspicace e pochissimo perspicace.
La terza volta fui sfortunata, ecco.
Copiaincolla ingestibile, come dicevo.
Poi ancora una quarta e una quinta, prima di una sesta oggettivamente tremenda, anche se meno tremenda soggettivamente e in realtà non volevo fare una classifica delle morti - sono una cosa così comune e diffusa che non c'è motivo di ritenere le proprie morti migliori di quelle degli altri - ma fare in modo che sia chiaro a me (e a chi altro se no?) che la Rovamicina, la Tachipirina, Buenos Aires, una vaga impressione di morte e la precisissima minaccia della stessa, e Major Tom, e il libro di Eggers, tutti insieme riuniti a cena come la famiglia Walker al completo - tutti sostrato in effetti, tranne il libro - mi hanno portato a pensare al futuro che non ho, e le prospettive, e la famiglia, e i soldi, e il lavoro che di giorno lo odio e stanotte ho paura di perderlo, e questo sovraccarico emotivo che mi ha preso crescendo impedendomi di affrontare con la freddezza di un tempo tutto quello che mi aspetterà tanto in fatto di morti quanto in fatto di cd troppo belli da ascoltare, e smettete tutti di fumare, e mangiamo verdure di stagione, e venite qui che vi stringo forte.
Niente di che dunque. Non agitiamoci troppo, come me altri tot miliardi tra gli unicorni e la morte. Sentite che bordello che facciamo tutti quanti, a letto dalle undici e spaventati fino alle tre. Cosa vuoi dormire più.

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1 commento:

  1. Quando ti leggo mi rendo conto di non essere sola. Con me stessa e i miei zaini Invicta. E sono contenta - la contentezza, quel sentimento perdurante - che tu ci sia e sappia dire di te e anche un po' di me, così bene. Sicuramente meglio di quel che faccio io. Io, pur di non affrontare quel terribile pranzo fatto di futuro, ansia, insicurezza e sedie che non sai se reggeranno il peso, preferisco guardare il sole e scrivere di scemenze. Scrivere della superficie bella che permea la mia esistenza. Una bellezza che so in grado di scavare ma trattenuta dalla triste razionalità che comunque non mi abbandona. Penso al cane, quindi. E ascolto musica che mi fa piangere positivamente. Però la sera, nel letto, io leggo Cioran. E poi spengo la luce e dico alla mia mente su cosa concentrarsi. La guido su quei pensieri così telefilmicamente americani da farmi addormentare in un istante. Poi mi risveglio con la tachicardia. Ma questo è un altro discorso. Perché finché tutto rimane nello strato del dormiveglia va bene. Non ho voglia, ora, che esca.
    La morte è strana. La mia prima morte risale alla terza elementare. Una compagna di classe con una malformazione fisica. Intelligente e acuta come poche. La ricordo così. Ma non ricordo l'evento come sconcertante. Lo ricordo come naturale, come, probabilmente, se non diventassimo adulti e disimparassimo un sacco di cose, la morte dovrebbe essere sempre. Oggi, invece, oggi il terrore che mi muoia qualcuno attorno lo porto con me. In tasca. Ogni secondo.
    Dicono che la letteratura ci salvi. Ne siamo poi così sicuri?
    <3

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