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Una specie di delirio sull'amore.

Non esiste un altro giorno per parlare d'amore, e per un motivo banalissimo: è il giorno in cui io l'ho incontrato e, per questo, è impossibile che mi si confonda con quelli che festeggiano il quattordici febbraio per altri motivi. Fate un po' quello che volete, non vi conosco, l'importante è che non mi disturbiate.
Non sono solita elencare i miei numerosi fallimenti e le lacune nei più svariati ambiti della vita. Fòsse enormi, vuote di tutta la conoscenza ed esperienza che mi manca: vi trovate davanti a una ventinovenne piccolissima. Vorrei essere mediamente superiore alla massa in quanto a cultura, sensibilità, eloquio, umorismo ma quasi mai il tempo è andato avanti lasciando detriti che mi valessero esperienza.
Non so lavorare, non so pagare un bollettino alla posta, non so cosa facciano gli adulti in banca.
So odiare senza saperlo esprimere, questo sì. Ma credo che valga un +1 e un -1 quindi 0.
So quando l'impasto dei muffin è troppo liquido o troppo denso, decisamente un  +1 senza detrazioni.
E' probabile che un approccio scorrevole alla letteratura me lo abbia dato, effettivamente, l'accumularsi dell'esperienza, il piangere letteralmente di frustrazione davanti a quello che non capivo.
Non ne sono sicura e non so quanti punti valga.
Ebbene, siamo sufficientemente lontani dal mio compleanno per affermare con serenità che, se il tempo passa, certe cose vanno meglio, e si raggiunge il livello pro della vita. E giacché non c'è modo perché il tempo non passi, certe cose devono per forza andare meglio

Tempo che passa = 
tentativi ciechi e maldestri = 
sbagli e drammatici svarioni = 
esperienza = 
tentativi meno ciechi  = 
discreti risultati.

Non amo i numeri, ma il dato numerico ha la sua valenza: conosco l'amore da tredici anni.
Più della metà di quanto è durato il matrimonio dei miei genitori, un altro dato che mi fa molto sorridere, una specie di puzzle a incastro, un pieno fiorito in un vuoto spaventoso.
Non c'è modo di quantificare l'esperienza accumulata in questo campo, probabilmente perché sfugge alle equazioni che mi è sembrato così semplice applicare alle restanti cazzate della vita. Alle fine, i tentativi ciechi e maldestri sono rimasti ciechi e maldestri e sono ancora in cerca dell'insegnamento definitivo.
Sbagliereste sostenendo che avere accanto per tredici anni la stessa persona sia di per sé un "aiutino" perché inciampo di continuo. Più la conosco, questa persona, e più la amo, e più inciampo, e più inciampare è doloroso, e innalzate tutto alla tredicesima potenza e otterrete la portata di questo amore che diventa sempre più concreto, tutto carne e ossa da proteggere, e bisogna stare sempre all'erta, sempre attentissimi a che non si rompa niente in questo bellissimo salone pieno di cristallerie.
Aprire di continuo le alte finestre per far entrare il sole, così che possa fare tutti i suoi giochetti di luce e arcobaleno tra i calici, è l'unico lavoro domestico che mi va di fare.
Eppure non otterrò mai la padronanza vera di quello che mi succede da tredici anni, la padronanza dei maestri, e sarò sempre un po' maldestra e tu mi insegnerai sempre qualcosa, eppure questa idea - questo vuoto, questa lacuna di esperienza che si riempe sempre troppo lentamente rispetto a quanto andiamo veloci - questa idea, dicevo, non mi spaventa, finché saprò di concederti tutta la mia attenzione e finché tu mi concederai la tua. E' l'unico modo.
I bicchieri non cadranno per terra, e non ci saranno mete raggiunte le quali potremo dire Siamo arrivati e quindi non arriverà nemmeno l'insegnamento definitivo, che ci farebbe andare avanti sovrappensiero e noncuranti. Arrivare è fermarsi, e l'esperienza mi ha insegnato che noi siamo sempre in cammino, sotto la pioggia, con l'ombrello che perde, a ridere di qualcosa.


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