Mi sono depressa, nella chat di uozzapp.

Ieri ho parlato su uozzapp con un amico che non vedo mai. Tutor #2, ricordate?
Parlavamo dei soldi che ancora non ci hanno dato per aver fatto i tutor. Vabè.
Lui mi ha chiesto come andava il nuovo lavoro e io gli ho chiesto come andava il suo.
Mi pare che noi trentenni stiamo a parlare sempre, più o meno, delle stesse cose e cioè: il lavoro e i soldi e i soldi che non ci danno per aver lavorato e il lavoro che non troviamo per portarci a casa dei soldi.
È davvero una seccatura.
È seccante ammettere di rientrare così prevedibilmente in un categoria o in una fascia di età o in una generazione.

Come ti vanno le cose?
Lo sai meglio di me. È così per tutti.

All'infinito con chiunque. Senza una sorpresa o la speranza di o la follia del miracolo.
Siamo diventati tristi. Non voglio dire che ci hanno fatto diventare tristi perché non ci credo molto.

Così mi sono depressa, nella chat di uozzapp.
Ho detto al mio amico

Sì, però non smettere di scrivere poesie

perché era una cosa che faceva, e lui mi ha detto che ha smesso da un po' e gli ho risposto che anch'io avevo smesso da un po' di scrivere, non poesie, ma le cose che scrivevo.
E di nuovo giù, abbiamo scavato più a fondo nella malinconia con la zappa dei nostri trent'anni.
Pesa un casino 'sta zappa, ci fai fossi grossi così.

Certe volte mi faccio proprio tristezza.
Mi immagino questo epico aperitivo. Accorriamo, i trentenni di tutta Italia con i capelli colorati e i vestiti alla moda e le lauree e i gusti musicali raffinati e le citazioni dei classici a fior di labbra e ci raccontano di quando eravano giovani come le vecchie in fila alla posta.

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