martedì 3 aprile 2012

Cieli di marmellata.

Carissimo Paul McCartney,
senza dubbio la nostra precedente missiva è andata smarrita. Non si spiega altrimenti il fatto che tu non ci abbia risposto. Sappiamo che persona sei e , di solito, non ti neghi su Twitter. Quindi la nostra precedente lettera si è certamente persa nelle maglie della Poste Britanniche. Tutto il mondo è paese. Ti scrivo a nome di Cieli di Marmellata primo fan club dei Beatles in numero di adesioni sottoscritte tra il 1991 al 1993. In quanto presidente del club, eletto a maggioranza di voti nel dicembre dello scorso anno (72 favorevoli, 10 contrari, 3 astenuti), mi permetto di riproporti il quesito già espresso nella lettera perduta.
Ci troviamo nel pieno di una delle nostre sessioni annuali di esegesi dei testi beatlesiani. Lontani dal configurarle come anacronistica e narcisistica pratica per pochi eletti, intendiamo queste giornate di studio come mezzo per divulgare la parola dei Fab Four e stimolare il dibattito intellettuale sulla sorte della musica moderna.
Ha senso mettersi al piano e comporre, una volta esauritasi l’esperienza beatlesiana?
Chi sono i One Direction?
In che filone si inserisce la produzione di Gigi D’Alessio?
Alla luce di quale lampada dobbiamo osservare il suo duetto con Loredana Bertè, per capirne il significato?
Queste sono solo alcune delle domande che i nostri convegni tentano di portare all’esterno. Se nell’aprile scorso la nostra interpretazione di Eleanor Rigby ha permesso una rilettura completa di alcuni componimenti di Walt Whitman, ci troviamo adesso in difficoltà nell’approcciare il testo di I am the walrus. I membri anziani del club non dormono da svariate notti nel tentativo di penetrare quella che, per mancanza di liricità e per la spocchiosa cripticità, è evidentemente farina del sacco di Lennon… 

-Ma vaffanculo Presidente! Va-ffa-nculo!
-Qualcosa non va Pietro?
-Tu! Mancanza di liricità un cazzo! La cripticità di tua sorella!
-Non ti permetto di…
-Ero uno dei 10 contrari! Dico quello che cazzo mi pare!

 

 È a questo punto che un uomo sulla sessantina, ribalta di proposito la sedia di plastica bianca su cui era seduto e raggiunge l’uscita. Io e Giuliana siamo sulla sua strada e, dato che non sembra intenzionato a modificare la sua traiettoria, alla fine mi sposto. Giusto in tempo perché non mi travolga.
Guardo la platea di uomini e donne di mezza età che mormora. Il Presidente si siede sul bordo del flipper e si accende una sigaretta.
Non sono sicuro.
Non sono sicuro di cosa sia quello che ho appena visto.



Però Giuliana mi tiene stretto per il polso. Poi allenta un po’ la presa e fa scivolare la sua mano nella mia, provocando l’improvvisa erezione di tutti i peli del mio corpo.
C’è tensione, nel retro del bar Da Aldo.

-Il dottor Favara non accetta che si parli di John in questi termini. E ha ragione, il Presidente lo punzecchia di continuo. Ma è il modo che è sbagliato. È troppo aggressivo.

È Giuliana che mi sussurra nell’orecchio.
Sembra che le importi qualcosa. Guarda preoccupata la sala che è tornata a discutere.
Solo che non ho idea di cosa si tratti, perché quel respiro leggero e tiepido mi ha provocato un’unica massiccia erezione.
Oh, Giuliana, Giuliana. Quanto mi piaci.
Secondo me lo fai apposta ad alitarmi nell’orecchio. Perché non è possibile che ti interessi quello che questi signori in polacchine e gilet stanno facendo. Non è possibile che una che ha le unghie rosse e lunghe come le tue partecipi a una riunione di nostalgici.
Tu mi vuoi, Giuliana.
E mi hai condotto qui per testarmi. Per verificare se ti voglio davvero. Se non mi spavento al primo ostacolo, Giuliana. Alla prima stranezza.
La mia ex cantava Attenti al lupo di Lucio Dalla ogni volta che aveva voglia di scopare. Per farmelo capire. Siamo stati insieme 5 anni. Non mi arrendo facilmente. Soprattutto davanti a un culo come il tuo.



E però Giuliana mi sta raggiungendo sotto il braccio di uno di questi uomini. Un altro in gilet di lana.
Quand’è che se n’era andata?

-Ti presento mio padre. Papà, lui è Errico. Con due erre, senza enne- fa sorridente.
Allungo la mano a quest’uomo che porge ancora l’orecchio ai suoi compagni: pare che qualcuno stia cercando di far ragionare il Presidente.
Mi rivolge solo metà collo pendulo e un po’ d’anca.
-Cosa ne pensi tu?- mi chiede, ancora senza guardarmi.
-Di cosa?- faccio io, forte della massima per cui è meglio domandare spiegazioni, se non si è capito qualcosa, piuttosto che rispondere e fare una figura di merda.
Però domando, e faccio lo stesso una figura di merda.
Giuliana si allontana da me di un passo, come per dissociarsi.
Suo padre perde interesse nella Disputa Presidente-Favara, e lo ritrova nella mia faccia.
-Prego? Le sopracciglia gli si alzano verso l’infinito e oltre.
-No. Ehm. Cosa ne penso del dottor Favara?- gioco d’azzardo.
-Conoscevi già il dottor Favara?- si inserisce incredula Giuliana.
Cazzo, Giuliana. Ma da che parte stai?
-Di I am the walrus. Cosa ne pensi di Ai em d ualrus- scandisce l’uomo, levandomi da un impiccio e mettendomi in un altro.
-Ah. Beh, bella canzone, sì. Gli Oasis ne hanno fatto una cover, mi pare – e sorrido perché, effettivamente, questo collegamento extratestuale mi pare coerente e corretto, oltre che adeguato alle circostanze. Con questo commento, buttato lì in mezzo a noi con naturalezza, dimostro di:

a) Conoscere I am the walrus.
b) Avere un discreto gusto musicale.
c) Ascoltare gli Oasis e non strambi duetti sanremesi.

E se questi cinquantenni amano i Beatles non possono disprezzare un ragazzo che li conosce e conosce gli Oasis e conosce il modo in cui hanno omaggiato i Beatles. Sto per dire che Liam Gallagher possiede una collana appartenuta a John Lennon.
Ora lo dico.
Non possono disprezzarmi.
O forse sì. Giacché il padre di Giuliana guarda la figlia, arriccia il naso come se sentisse una puzza, e se ne va.
Lei si guarda un attimo i piedi e io intanto vorrei capire perché nessuno mi trova intelligente quando mi sembra, invece, di esserlo.
-Gli Oasis hanno davvero fatto una cover di quella canzone- rassicuro Giuliana prendendole la mano.
Ma lei fa per aggiustarsi una ciocca di capelli proprio in quel momento e mi sfugge.
-Solitamente, chi nomina gli Oasis al colloquio motivazionale non lo lasciamo nemmeno finire di parlare.



Si mette la mano in tasca e sculettando, raggiunge il padre seduto in terza o quarta fila.
Rimango fermo contro lo stipite della porta. Al di là del legno sento il rumore di vetro che fa qualsiasi bar. Da Aldo è un posto speciale, devo ammettere.
Però me ne andrei senza rimpianti, francamente.
Se non fosse che perdo l’attimo, perché il dottor Favara fa il suo ritorno nella stanza, avvolto da un intenso olezzo di sigaro. Scende il silenzio mentre si riappropria della sedia bianca su cui era seduto e, nel percorso per raggiungerla, scambia occhiate di fuoco con il Presidente, come nella migliore tradizione di Holly e Benji. Tutti riprendono posto.
Giuliana si gira una frazione di secondo per vedere se esisto ancora. La guardo e sillaberei STRONZA se non fosse che non mi piace stare al centro dell’attenzione, e queste persone mi sembrano inclini alle scenate.

La lettera è provvisoriamente messa da parte. Alcuni membri super partes si preoccuperanno, in un secondo momento, di levigare le asperità. Il presidente propone di proseguire dunque con l’analisi del Tricheco, volgarmente e amichevolmente chiamato.
C’è una sedia libera, ma raggiungo il lato destro della sala e rimango nell’ombra di una rientranza del muro. Percepisco un vago pericolo.
La sessione di studi inizia e al presidente sembra premere soprattutto la simbologia legata all’ippopotamo e al tricheco.

-Dando per scontato che sia stato Lennon a scrivere il pezzo, non possiamo sorvolare sul fatto che proprio lui fosse travestito da trichecho nel video della canzone. E come possiamo ignorare l’impatto emotivo che un essere come il tricheco ha sulla nostra sensibilità?
I colleghi non sembrano convinti.
-Il tricheco ha quelle enormi zanne! È evidentemente un tentativo da parte dell’autore, di imporsi come personalità forte all’interno del gruppo in un momento di crisi come quella che attraversarono in quell’annata. Il dottor Favara si agita sulla sedia, infastidito.
Giuliana sussurra qualcosa all’orecchio del padre. Parla sicuramente di me.
Una signora magra con una gonna a quadri scozzesi alza la mano e prende la parola.
-Presidente, non puoi ignorare che sulla copertina di Magical Mistery Tour era Paul ad essere vestito da tricheco. E poi in Glass Onion
-Marta, conosciamo la tua posizione. Glass Onion è una ridicola canzone-burla. Recita il tricheco era Paul, va bene. Ma noi non siamo gli stupidi ragazzini della periferia inglese del ’68. Noi non crediamo a tutto quello che ci dicono! Il Tricheco è un pezzo per esperti, per coloro che non si fermano alle apparenze! E noi dobbiamo andare a fondo. Sca-va-re - sottolinea prendendo una zappa immaginaria e sollevando zolle d’aria.
La signora Marta tace e si fa un po’ più piccola nella sedia.
Il dottor Favara si schiarisce la gola.
-Vuoi la parola, Pietro? – chiede il Presidente, affettando gentilezza.
Favara fa segno di no con la testa e accavalla una gamba.
Dall’alto del suo flipper il Presidente sembra intimidito. Favara sorride impercettibilmente.
-E se consideriamo- continua il Presidente- che in Come Together Lennon fa riferimento a stivali di pelle di tricheco, possiamo concludere che volesse essere autosufficiente, bastevole a sé stesso. Un atto di superbia. E poi, colleghi, mi stupisco di voi. In God Lennon, finalmente solista, afferma di non essere più il tricheco. È un’ ammissione di colpevolezza bella e buona!
Favara prende la parola e si alza in piedi.
-Mi sfugge la pericolosità dell’immagine del tricheco. A stento si muove. Ha i baffi. E’ un animale piuttosto ridicolo. Buffo. E tu ci vedi una presa di posizione di John sugli altri? L’ippopotamo, piuttosto, è notoriamente un animale violento. E Paul era vestito da ippopotamo. Mi pare evidente il nesso.
 Fa un inchino e si risiede. La platea mormora.
Il Presidente stringe una biro tanto che le nocche gli diventano bianche.
Allora una sexy mano di donna si alza nell’aria. Ed è quella di Giuliana e quelle sono le sue unghie.

-Vorrei ragionare sulla questione del giardino inglese- dice lentamente.
Il Presidente la guarda, sconcertato da un cambio di argomento tanto maleducato. Poi guarda il padre e acconsente a farla parlare. Deve essere una personalità, nell'ambiente.
Lei si alza. Tutti stanno in silenzio ad ascoltarla.
-Ecco. Credo che si possa vedere una sorta di critica sociale nell’immagine dell’english garden. Una polemica nei confronti dell’immobilità della borghesia inglese, impassibile nel godere i privilegi di una tradizione nobiliare ormai estinta. Questa casta persevera nel chiudere gli occhi davanti alle problematiche del mondo reale. Aspettiamo il sole, ma se non esce, aspetteremo la pioggia e ci abbronzeremo lo stesso. L’ottusità delle classi privilegiate, ecco cosa leggo in quei versi.

Mi guarda un attimo e si rimette a sedere.
Dolce, dolcissima Giuliana. Se fossi in te non mi vanterei di aver detto una cazzata.
Eppure gli altri sembrano approvare questa interpretazione. Il presidente scrive come un forsennato su un blocco.
Invece io non approvo, Giuliana. Quella di Attenti al lupo mi sembra una ragazza normalissima, rispetto a te. Si chiamava Maria.
Maria sappi che oggi sei stata riabilitata. Quella roba di Attenti al lupo, alla fine, era anche eccitante. Mi sentivo, tipo, il lupo cattivo e certe cose ogni tanto è bello sentirle.

Davanti a un'ipotesi di interpretazione kantiana dei versi io sono lui come tu sei lui e come tu sei me, decido che è arrivato il momento di andare via.
Qualcuno cerca di attirare l’attenzione sui versi Goo goo goo joob, probabilmente di derivazione veterotestamentaria.
Ma nessuno lo ascolta. È ritornato il caos.
Favara e il presidente con ogni probabilità verranno alle mani e un po’ mi dispiace perdermelo.
Ho visto cose che voi umani. Oh, amico Rutger, adesso sì che ti capisco.



Rutger Hauer ha sempre ragione.

Mi faccio largo tra la folla, ormai sono tutti in piedi, le sedie non sono più incolonnate, ognuno grida al Presidente o a Favara o al suo vicino di morire.
Sgomito un po’, raggiungo alle spalle Giuliana e le sussurro in un orecchio.
-Non vi è venuto mai in mente di trattarla come si trattano le belle canzoni?
Si gira per guardarmi. È proprio bella, cazzo. Non dice niente.
Continuo.
-Tipo ascoltarla e canticchiarla e masterizzarla su un cd da mettere in auto.
Mi guarda come si guarda un paziente di psichiatria.

Raggiungo la porta, mentre una sedia prende il volo in direzione flipper.
Ordino cortesemente un caffè ad Aldo, il signore con i baffi che sta dietro al bancone.
Me ne torno a casa.
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2 commenti:

  1. Grande storia, complimenti, riesci sempre a stupirmi! a questo punto ti sei meritata una maglietta dei beatles tutta per te!

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