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Ivette senza tette.

Nel 1993 poteva succedere di avere nove anni e non conoscere le parole de La solitudine della Pausini.
Se non le conoscevi, non eri nessuno.
Tra gli innumerevoli motivi per cui a nove anni non ero popolare, c'era che non conoscevo le parole de La solitudine.

L'autrice nega di aver mai cantato a squarciagola
La solitudine di Laura Pausini.

 Noi amichette più strette salivamo sulla giostrina che girava e cantavamo in coro La solitudine mentre andavamo sempre più veloce.

Solo che io cantavo in playback.

Francamente mi vanto ancora adesso della scaltrezza grazie alla quale capii che, muovendo anche solo le labbra, avrei ottenuto lo stesso risultato.
Sono passati tanti anni e di lampi di genio simili, se ne sono visti pochi (tranne quello di ieri in cui mi sono trasformata in una super-sexy-spia-agente-della-CIA. Ma questa è un'altra storia.)




E comunque no.

Non la volevo imparare a memoria. Non perché fosse lunga o complicata (nessun testo è troppo lungo per una bambina a cui le suore fanno imparare a memoria il 5 maggio di Manzoni), ma perché io, La solitudine, la trovavo una brutta canzone.
Non potevo dirlo.
A minare la mia popolarità bastava il fatto che portassi i capelli corti da maschio, non vedessi Non è la Rai perché mia madre lo trovava diseducativo, non avessi le scarpe da ginnastica che si illuminavano.
Non sarei mai diventata la reginetta del ballo del Sacro Cuore di Gesù, ma la fine definitiva doveva ancora arrivare.
E giù di playback.

A nove anni non hai ancora un gusto musicale. Manco sai che la musica non è la sigla di Memole.



Invece io ce l'avevo, il gusto. Perché i miei genitori erano grandi estimatori di cose fighissime e difficili da pronunciare se la tua età è una sola cifra.
E le vintagissime musicassette giravano per casa e io le ascoltavo con il walkman, amici da casa. Il WALKMAN. Con le cuffiette di ferro che si adattavano alla misura della testa.

Il monolite di 2001:Odissea nello spazio era, in realtà,
un walkman Sony.

Stupirsi del fatto che il suono si muova come una scia (sic) dall'orecchio sinistro a quello destro nell'attacco di Across the universe.
Spiegare a una faccia da pesce lesso che, il nome della protagonista del racconto che ti hanno pubblicato, è il titolo di una canzone di Ivan Graziani. Chi? Ivan Graziani. Chi? Un tipo.
Proporsi di cantare alla recita del villaggio vacanze Azzurro. Che no, non è di Adriano Celentano. Azzurro è di Paolo Conte.
Piangere un pomeriggio intero perché, diciamocelo, a nove anni Un malato di cuore era troppo, anche per me.

Tutto ciò mentre giocavo con la Barbie Benetton.

Correva l'anno 1996. Mi regalarono il primo impianto stereo e due cd.
Uno era Dove c'è musica di Eros Ramazzotti. L'altro un greatest hits dei Take That.
Almeno apprezzatemi per la sincerità. Almeno.

La verità sui PrendiQuello è che si erano già sciolti, e Robbie Williams già cantava Freedom di George Michael. Non sono mai stata una da Take That.
Fino ai 14 anni sono stata da Backstreet Boys. BSB forever. Io amavo A.J.
Amare uno che si chiama A.J. è già abbastanza vergognoso.
Ma per fortuna certe amavano Howie D e distoglievano l'attenzione da me.

Howie D. nei suoi anni ruggenti.
Poi sono ritornata sulla retta via.
I genitori, persino i miei, possono servire a qualcosa. Udite, udite.
Ho imparato ad apprezzare Signora bionda dei ciliegi, che da piccola saltavo sempre.
Effettivamente, solo dai 16 in poi puoi stimare chi utilizza l'espressione divano dannunziano.
Però ancora non riesco a pronunciare Whole lotta love. Eppure sono anni che mi esercito.

Quando canto, mi esce una roba tipo warawadawaralove.

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