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While my guitar gently strimpella.

In un'altra vita spero di essere stata dipendente da qualcosa.
Una pittrice alcolizzata e autodistruttiva.
Uno scrittore col vizietto dell’oppio.
Un drammaturgo con la penna nella destra e il bourbon nella sinistra.
Un cantante che ha voce delle sigarette che fuma.

In questa vita mangio una quantità preoccupante di verdure e bevo molta acqua.

Cedo solo alla birra rossa doppio malto, davanti ai miei amici maschi che prendono una chiara leggera.
I rotocalchi dicono che sono una salutista piuttosto noiosa.

Una delle pietanze presenti all'ultimo esclusivo
party dell'autrice.
 Quando scrivo, di norma, non so mai dove andrò a parare. Perché non sto scrivendo una guida turistica, né un saggio su Kierkegaard, né uno studio sulla voce narrante nei racconti di Leopoldo Alas, tutti casi in cui è auspicabile avere almeno una vaga idea di cosa si voglia dire.



Quando scrivo, nell’aria tra me e il monitor del pc galleggia il vuoto, misto alla consapevolezza che i grandi sono stati ispirati da qualcosa, per questo hanno scritto quello che hanno scritto e sono diventati grandi.
E se l’ispirazione la trovavano nel whiskey buon per loro.

Ma l’alcol spappola il fegato e non vivo in un motel nella stanza accanto a quella di Arturo Bandini. La Compagna di Divano si insospettirebbe per l’acquisto di una cassa di J.T.S. Brown.
Dunque? Una salutista non ha forse il diritto di trovare la sua ispirazione in qualcosa? Chi tiene alla pellaccia non sarà mai un poète maudit?
Non posso sedermi e, semplicemente, pensare a cosa scrivere?
E soprattutto: non hanno anche i broccoli una loro fascino maledetto?
E no. Non sono mica una scrittrice vera. Thomas Mann la mattina si alzava alle 6, indulgeva in una maniacale pulizia della sua persona e poi si metteva a scrivere, come uno che va a lavorare in banca.
Questo non mi succederà mai, purtroppo.

Quindi mi illudo che una mia certa patologica ossessione musicale abbia lo stesso effetto.
Io le canzoni le uso per bene e poi le dimentico, le seduco e le abbandono. O forse è esattamente il contrario, mi lascio irretire da loro finché non decidono di non darmi più niente, e allora passo a un'altra, e a un'altra ancora, in un regime di sfrenato libertinaggio.
A volte pretendo il silenzio. Ma quando non è così, non cerco un sottofondo. Ho bisogno di una voce che mi rivolti lo stomaco, una batteria che faccia vibrare le ossa, una canzone che in quel momento racconti tutto, che sia il mondo intero.
La riascolto alcune decine di volte, per giorni o settimane, o per una intera mattinata a ripetizione e mi ritrovo con un capitolo scritto, corretto e finito.

Poi arriva il giorno che, ascolto il mio oppio, e non mi viene in mente più niente. Allora capisco che devo trovarne un altro.
Questa cosa non è figa come l’alcol devo ammettere, ma sembra comunque utile a raggiungere il risultato.
Inoltre fa bene alla pelle.
Per fortuna non siamo più nell’epoca delle musicasette: se no, a fare di continuo aventi e indietro, addio nastro.

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