sabato 28 gennaio 2012

I know what you did last summer.

E’ sempre una soddisfazione trovare almeno una cosa geniale in un libro davvero brutto.
Quando leggevo un Palahniuk dietro l’altro, come se non ci fosse un domani, inciampai in La scimmia pensa, la scimmia fa probabilmente uno dei libri più inutili mai scritti, ma che si salvava per un paio di capitoli (non è vero. Ho letto libri che non avevano nemmeno quel paio di capitoli, quindi erano più inutili).

In particolare la premessa (deprimente che la parte migliore di un libro sia la premessa) e Quasi California non mi hanno fatto rimpiangere gli euro spesi per l’acquisto (che non ho fatto, perché il libro mi è stato prestato, ma fa figo dichiararsi consumatori insoddisfatti).
In due parole, la regina dei riassunti vi dirà che Palahniuk sostiene che uno che voglia scrivere trova materiale facilmente, dietro ogni angolo di ogni strada che percorre. E spesso non deve nemmeno uscire di casa, basta comprare due birre e invitare gli amici a casa: butta lì un argomento di cui vuole sapere qualcosa, e questi suoi amici parleranno per ore e diranno cose così intelligenti che dovrà solo ricordarle e inserirle nel suo romanzo e nella bocca del personaggio giusto.
Io non ho amici così interessanti, Chuck.
 
Un tipico esemplare di amico di Palahniuk.
Gli amici dell'autrice assomigliano a Zichichi ma discutono per lo più
di trippa.

 In Quasi California si gira attorno a un ragionamento simile per poi concludere che il pazzo disgraziato che sfortunatamente vuole scrivere, vive e scrive contemporaneamente nella sua testa. Tutto scorre davanti agli occhi e viene modificato per essere poi scritto in maniera molto fedele e molto infedele alla realtà.
Anche questo è verissimo: il 99% di quello che scrivo su questo blog mi è successo davvero, e di questo 99%, il 99% è successo in maniera leggermente diversa. (Da questo deduciamo che esiste un 1% di cose che non mi sono mai successe, e un 1% di cose che mi sono successe esattamente come le racconto).

Tutto questo per dire che provo un’indicibile vergogna nel far leggere il mio romanzo alla Compagna di Divano o ad altri parenti stretti.
Anche se niente di quello che ho scritto mi è mai successo.
Anche se non sono mai stata abbandonata da sola in una città straniera, né ho rifiutato di lavorare in una multinazionale, né ho mai fatto una cosa a tre, né sono scappata di casa.
Però i miei protagonisti dicono delle cose che dice mia nonna, qualcosa che dice il Re, parlano come me e la Compagna di Divano qualche pomeriggio fa davanti a una tazza di caffè.
Sono stata in quasi tutti i posti che ho descritto e, se uno mi conosce bene, mi ritrova sparpagliata nei posti più strani delle mie storie.

E poi ho scritto delle parolacce.
Non sono certa di volermi far leggere così dai miei consanguinei.
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